Fallimento e rivincita degli stati in Medio Oriente

Pierre-Jean Luizard
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Le primavere arabe (e l’occupazione americana dell’Iraq) hanno portato al declino di alcuni stati arabi (Iraq, Siria, Libia, Yemen), una crepa nella quale si è infiltrato lo Stato islamico. Non è certo quest’ultimo il responsabile del loro declino ma è senz’altro questo crollo che è all’origine del successo del nuovo arrivato sulla scena politica mediorientale. Lo Stato islamico prospera là dove gli stati hanno fallito. Questa causa originaria viene spesso ignorata dalle diplomazie occidentali, spaventate a giusto titolo dalle conseguenze dell’apertura di un vaso di Pandora che rappresenterebbe un azzeramento del sistema statale e frontaliero di una regione ricca di simboli religiosi e idrocarburi. Ma una tale negazione non rischia, col tempo, di rivelarsi ben più rischiosa che la presa d’atto di un processo in corso, se questo risulta irreversibile? Una vittoria militare non risolverà nulla se non è accompagnata da una soluzione politica su scala regionale.

Iraq, Siria, Libano: questi stati hanno come comune denominatore una nascita mandataria francese (Siria, Libano) o britannica (Iraq). Fondati nel 1920 sulle rovine dell’Impero ottomano – tradendo le promesse da parte degli Alleati relative a un grande regno arabo indipendente –, hanno dovuto affrontare fin dagli albori l’opposizione armata delle maggioranze confessionali (sciita in Iraq e sunnita in Siria). Il tropismo delle potenze mandatarie verso le minoranze, sommato all’assenza di legittimità degli stati e dei confini, ha ridotto lo stato a un semplice luogo di potere che è rapidamente divenuto l’obiettivo di gruppi regionali, clanici, conducendo così al confessionalismo. Nel quadro di regimi autoritari le minoranze hanno troppo spesso scelto questa strada come solo mezzo per proteggersi dalle maggioranze. Ricordiamo che, mentre si riconoscono le minoranze non musulmane (cristiane essenzialmente), ciò non succede per le sette di origine islamica (alauiti, drusi, yazīdī, aleviti, ismaeliti, ‘Ahl-e Ḥaqq, Kaka’i…). Solo i drusi del Libano hanno conquistato un riconoscimento, nel quadro però di un sistema mortifero, il confessionalismo politico. Il Libano e l’Iraq sperimentano dolorosamente l’impossibile emancipazione politica delle maggioranze (sciite) nel quadro di questo stesso sistema politico. La questione dello statuto delle minoranze di derivazione islamica si somma quindi al conflitto tra sunniti e sciiti che insanguina oggi la regione. Durante i regimi autoritari che si sono succeduti, questi stati hanno fallito nel rappresentare le diverse identità maggioritarie, fossero esse legate all’utopia panaraba o a un nazionalismo iracheno, siriano o libanese. Le primavere arabe sono l’ultima manifestazione del fallimento nell’aprire uno spazio di cittadinanza comune e lo Stato islamico ne è il primo beneficiario.

Esaminare delle soluzioni politiche capaci di rispondere ai timori delle popolazioni che si sono alleate con lo Stato islamico o operare per la restaurazione degli stati in fallimento? I paesi vicini (Iran, Turchia), come le grandi potenze (Stati Uniti, Russia, Europa), hanno chiaramente scelto la seconda opzione. Solo contro un mondo che gli ha dichiarato guerra e che gli è ostile, lo Stato islamico ha manifestato una resistenza impressionante. Innanzitutto rispetto alle campagne di bombardamenti della coalizione guidata dagli Stati Uniti e poi all’intervento russo. Nel settembre del 2015 quest’ultimo ha cambiato i rapporti di forza, permettendo a un moribondo regime siriano di sperare di riprendere terreno. A sua volta, dalla fine di agosto 2016 l’esercito turco è entrato in scena a nord di Aleppo con l’obiettivo prioritario di impedire la costituzione di una zona curda autonoma compatta al confine. La cooperazione implicita tra americani e iraniani nel loro sostegno al governo iracheno ha reso possibile la riconquista di diverse città.

Per ristabilire la “sovranità” degli stati in crisi, i paesi della coalizione avversa al Daesh si sono appoggiati a forze locali, parti in causa nel conflitto, alle quali hanno delegato la propria potenza di fuoco, in mancanza della volontà di voler dispiegare le proprie truppe di terra. Esercito iracheno, pīs mergah curdi (in Iraq), combattenti curdi (in Siria, in determinate occasioni) e alcuni gruppi detti “ribelli” sono stati investiti della missione di riprendere allo Stato islamico i territori conquistati nel 2014 e 2015. E queste stesse potenze che denunciano la barbarie dei bombardamenti russi e dell’esercito di Baššār al-Asad sulla città di Aleppo non vedono forse cinicamente con soddisfazione il ritirarsi delle forze “ribelli” e jihādiste?

In Iraq, le successive riconquiste di Tikrīt, Ar Ramādī e al-Fallūja sono state segnate da violenze contro la popolazione sunnita da parte delle milizie sciite che accompagnavano l’esercito iracheno. I curdi si sono impadroniti di vaste porzioni di territorio in Iraq e in Siria, attribuendosi regioni contese con gli arabi e i turcomanni. Da vittime, i curdi sono diventati una minaccia per i non-curdi come si può vedere a Tuz Khurmatu e a Kirkûk in Iraq o nella Ǧazīra siriana. Questa regione, storico teatro di rivalità tra tribù arabe nomadi e contadini curdi sedentari, resterà una culla per lo Stato islamico fino a quando esso potrà presentarsi come protettore di arabi sunniti sulla difensiva.

Gli interventi diretti dei paesi vicini (Iran, Turchia) e delle grandi potenze (Stati Uniti, Russia, Europa) in Siria e in Iraq dimostrano il fatto che, ormai, la loro sorte non è più nelle mani delle rispettive popolazioni. Il fatto è che ogni protagonista della lotta contro Daesh ha degli obiettivi specifici, differenti gli uni dagli altri al punto che il gioco delle alleanze, in Siria per esempio, è divenuto confuso. I russi aiutano i curdi delle Ypg (Unità di protezione popolare, braccio armato del Pyd) contro la Turchia? I turchi non prendono di mira prioritariamente i curdi piuttosto che lo Stato islamico? Come si districano gli Stati Uniti tra gli interessi dell’alleato turco e il sostegno a gruppi armati in cui i curdi sono maggioritari? Qual è il ruolo del regime di Damasco, sostenuto da Russia e Iran, nella lotta che i paesi occidentali hanno lanciato contro lo Stato islamico?

Nonostante sia centrale nella situazione politica attuale, la sorte delle popolazioni arabe sunnite non è la sola a essere in gioco. Perché persino per chi detiene ufficialmente il potere i sistemi politici mortiferi attualmente vigenti non portano vantaggi. La popolazione in maggiornaza sciita d’Iraq si mobilita dall’estate 2015 contro i frequenti blackout di corrente elettrica: si tratta di un movimento di dimensioni senza precedenti, con manifestazioni di centinaia di migliaia d’iracheni a Bagdad. Si denunciano il fallimento dello stato, la condizione rovinosa dei servizi pubblici, la corruzione della classe politica e, in più, il confessionalismo, indicato come responsabile dell’inferno che vive gran parte degli iracheni quando invece, nella zona verde per esempio, dove si rifugiano le élites al potere e le istituzioni dello stato, continua a regnare un lusso insolente. Bism al-dîn, bâgûnâ al-harâmiyya! [In nome della religione, i ladri ci saccheggiano!] è diventato così lo slogan più scandito durante manifestazioni che esprimevano l’esasperazione di una popolazione allo stremo e che non erano minimamente il frutto dell’attivismo specifico di un partito (anche se gli slogan sono stati a volte ispirati dal partito comunista e dai partiti laici). Davanti all’estensione del movimento, Muqtadā al-Ṣadr ha provato a presentarsi come il “padrino delle riforme”, intimando al primo ministro sciita Ḥaydar Jawwād al-‘Abādī di sbarazzarsi dei ministri e dei funzionari incompetenti per rimpiazzarli con dei “tecnocrati”. Convinto della forza della protesta, il primo ministro si è impegnato a più riprese in una serie di riforme e nella lotta contro la corruzione… prima di fare marcia indietro davanti alle fronde di deputati del suo stesso partito o ai giudici, che minacciavano di ritirargli il proprio sostegno in caso avesse proseguito! Ogni venerdì, il governo è sull’orlo del crollo, si dice a Bagdad, e ogni sabato si rimette in sesto! La disperazione della popolazione ha generato, il 30 aprile 2016, un episodio che da solo riassume tutta la situazione irachena: dei manifestanti, decine di migliaia, hanno forzato il perimetro della zona verde prima di prendere d’assalto il parlamento. È stata una scorribanda epica nel corso della quale i deputati, minacciati dalla folla, fuggivano di fronte al furore di chi li insultava al grido di “Ladri!!”, “Corrotti!”. Alcuni deputati hanno levato le tende in tutta fretta con imbarcazioni di fortuna attraversando il Tigri! Muqtadā al-Ṣadr aveva sostenuto in prima persona il movimento ma, l’indomani, ha chiesto ai manifestanti di evacuare la zona verde. Che cosa è successo? Semplicemente il primo ministro ha minacciato di considerarlo responsabile di ogni nuovo “incidente” e i deputati del suo stesso gruppo parlamentare gli hanno intimato di sottostare al Primo ministro. Muqtadā ha sperimentato sulla propria pelle che non si può tagliare il ramo sul quale si è seduti!

È evidente, il sistema confessionale messo in piedi dagli americani nel 2003 e sancito dalla costituzione del 2005 non è riformabile. I libanesi possono testimoniare da molto tempo un’amara realtà: è molto semplice entrare in un sistema politico confessionale ma è praticamente impossibile uscirne pacificamente. È da notare che, in contemporanea col movimento della società civile di Bagdad, Beirut conosceva una mobilitazione simile, in questo caso contro la mancata raccolta dei rifiuti. Come a Bagdad, la corruzione e il confessionalismo venivano denunciati come un solo e unico problema. Come a Bagdad, e per le stesse ragioni, il movimento di protesta, per quanto potesse essere di massa, si è spento in mancanza di un interlocutore a livello statale con cui interfacciarsi.

Sono questi i sistemi politici moribondi e insostenibili che gli stati della regione e le grandi potenze si propongono di restaurare, come se non si fossero minimamente resi conto del vero significato dell’emergenza del Daesh. Il carattere non riformabile delle istituzioni irachene è la carta migliore in mano allo Stato islamico. Anche se l’autoproclamato califfato perderà tutta la sua base territoriale, si diffonderà come tante metastasi in zone escluse dall’attuale territorializzazione. Basti ricordare che, nel 2001-2002, nella regione di Helebce, la campagna delle forze curde dell’Unione patriottica del Kurdistan (l’Upk di Ǧahlāl Tāhlabānī), che mise fine al “Tora-Bora curdo”, aveva permesso la dispersione dei combattenti jihādisti curdi di Ansar al-Islam (Partigiani dell’islam) nella parte araba dell’Iraq! Ansar al-Islam è uno dei sei gruppi che hanno fondato lo Stato islamico in Iraq nel 2006.

L’immagine è di Kamal Chomani.

La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna

La trappola Daesh. Lo Stato islamico o la Storia che ritorna

– di Pierre-Jean Luizard. Con una prefazione di Alberto Negri e una introduzione all’edizione italiana di Franco Cardini.

«Lo scopo di questo libro è di spiegare il rapido successo dello Stato islamico e di capire come e perché le potenze occidentali sono cadute nella trappola che è stata tesa loro coinvolgendole nella sua guerra. Per fare ciò è indispensabile ripassare la Storia. Quella breve, con l’occupazione americana dell’Iraq, l’irruzione delle primavere arabe, ma anche quella estesa, con la genesi degli stati arabi creati sotto l’egida dei mandati britannici e francesi.
Perché sotto ai nostri occhi stiamo esattamente assistendo a un sovvertimento generale del Medio Oriente, per come lo conosciamo da circa un secolo, effetto diretto di un ritorno brutale – e tuttavia prevedibile – della Storia».

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