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Lo Spirito del Tempo percorre il Sahara e il Sahel

Alcune immagini precise. Il lago Ciad, a metà prosciugato di acqua e quindi delle risorse correlate; l’ansa del Niger, solcata da jihadisti stranieri che cercavano di insinuarsi nelle dispute tra comunità stanziali peul e nomadi tuareg; il bacino di sabbia del Fezzan, segnato da rivalità tra clan per il controllo di acque fossili, uranio, petrolio. I traffici di armi, droga, esseri umani tra il Sahel e il Mediterraneo, che si intrecciano con la sopravvivenza di popolazioni condizionate dalle pressioni dei macroblocchi impegnati nella guerra per procura scatenata per spartirsi le risorse libiche e che ha prodotto divisioni anche tra le genti azawad.
Come evolve il neocolonialismo da una preminenza classica di grandeur francese rispetto alla costellazione di interessi di potenze limitrofe (Marocco, Iran, Turchia, Arabia Saudita, Egitto) e globali (Cina, Usa, Russia, EU)? è la domanda-crogiolo che fa da collettore di ciascuna di queste analisi, utili a descrivere il definitivo declino del vecchio colonialismo à la francese, che viene costretto a lasciare il posto ai nuovi imperi.

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Avanzamento

Nuovi fantasmi si aggirano nella travagliata striscia tra Sahara e Sahel

Tra il Burkina, il Niger e il Mali dove si è assistito a violenze tra gruppi etnici e religiosi con ricadute pesanti sulla popolazione civile. Si tratta di una tra le zone più povere del mondo privata dell’accesso ai minimi mezzi per sopravvivere da quando il colonialismo ha imposto un uso scriteriato di risorse decenni fa e il cambiamento climatico ha eroso territorio, agevolando la desertificazione; un luogo dove mancano scuole e ospedali.

Enorme invece è il flusso di armi in un crocevia mondiale posto proprio tra la guerra civile libica e la narrazione islamista, in estensione tra Burkina, Mali e Niger che moralizza un conflitto con interessi ben più materiali.

Da tempi lontani ci sono tensioni interetniche e intraetniche legate all’accesso alle risorse del territorio che oggi sempre più marcatamente sono esacerbate dagli interessi economici che ci sono nell’area e che vedono la partecipazione attiva anche delle potenze occidentali, Francia in testa.

Proprio l’ex potenza colonizzatrice si avvale di tribù locali, per lo più tuareg, per portare avanti la lotta al “terrorismo”, che ora vede sempre meno centrale Aqmi. Inoltre ha interessi importanti nella zona del nord del Niger dalla quale importa l’uranio necessario alle proprie centrali nucleari e su cui quindi tenta di avere uno controllo serrato. Dopo il tracollo del prezzo dell’uranio (post-Fukushima) l’economia del Niger si è ristrutturata intorno ai traffici illeciti: droga, in arrivo dal Golfo di Guinea, che frutta più di ogni altro i cui proventi vanno a foraggiare proprio i gruppi di guerriglia islamica.

Uno scenario complesso su cui s’innestano i transiti di gente migrante attraverso frontiere inventate dai colonizzatori, ma che soprattutto i popoli nomadi non riconoscono per cultura, tradizione e scambi di merci.

La galassia jihadista in Sahel

I due macro-brand (Isis e al-Qaeda) stanno pubblicizzando il covid come un’arma di Allah; la Francia (attivissima nell’area del Sahel – come dimostra l’uccisione in Mali di Droukdel, il leader algerino di al Qaida nel Maghreb) che ha realizzato un’alleanza per il controllo del territorio al confine tra Niger e Mali con l’Italia (operazioni militari volte a contrastare l’emigrazione); un quadro generale che vede le popolazioni dedite ad attività che nel loro sviluppo postcoloniale sottraggono le risorse a disposizione l’una all’altra: acqua e territori sono disputati da allevatori e coltivatori e i contrasti vengono sfruttati dai differenti gruppi affiliati al jihad e in assenza di strutture di welfare le popolazioni si “devono” rivolgere alle differenti milizie per la loro tutela.

Eserciti di ogni tipo, civili armati per legge in Burkina (gruppi di autodifesa nati come tutela dell’ambiente, poi trasformati in sostituti di autorità poliziesca e militare); la missione Barkhane, incapace di risolvere la questione perché l’approccio francese non riesce nemmeno a comprendere i segnali provenienti dal territorio, non avendone realmente il polso e mancando la rete di entrature nel territorio (anche perché il comportamento dei militari ha prodotto tensioni e odio per l’occupante); il minore coinvolgimento americano, con la conseguente accentuazione di traffico di armi leggere; sfollati a milioni, migliaia di episodi di violenza jihadista e condizioni che la esasperano (comprese quelle truppe paramilitari burkinabé che accentuano dissapori tra nomadi e stanziali); tutto sembra convergere su un califfato nero in fieri, per ora diviso in molti gruppi, nessuno dei quali probabilmente può prendere il controllo, diventandone il fulcro, alimentato dalle condizioni in cui si vive; ma anche i comitati di autodifesa sono pericolosi gruppi etnici (peule?) che si propongono come stato nello stato, fucine di combattenti mercenari pronti a tutto per le condizioni in cui si vive in Sahel.

Tuareg, i curdi dell’Africa?

La semplificazione mediatica con cui si proietta lo spettro jihadista sull’ultima ribellione tuareg è troppo superficiale: le popolazioni civili di questa “nazione senza stato” – di facile analogia con quella curda, ugualmente frantumata da vari confini statali a seguito dei ben noti processi di “decolonizzazione controllata” del secolo scorso – coinvolto alla fine del Novecento nelle lotte per l’indipendenza contro gli eserciti di Mali e Niger hanno patito repressione e brutali massacri. La storia della lotta tuareg per l’autodeterminazione (sia indipendentista che autonomista) è da sempre attraversata da scissioni e conflitti interni.
Nonostante missioni Onu e operazioni dai nomi pittoreschi la guerra non si è fermata. Nemmeno dopo migliaia di morti, centinaia di migliaia di sfollati e sistematiche violazioni dei diritti umani, opera soprattutto di soldati africani nei confronti di civili arabi e tuareg. E oltre ai durevoli, tenaci contenziosi tra popolazioni indigene e governi statali ne permangono altri – non meno devastanti – tra le popolazioni stesse.
Troppo spesso strumentalizzati dai governi in nome del sempre attuale “divide et impera”.