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Siamo già oltre?

Si è ormai conclusa la campagna di crowdfunding per il progetto editoriale di OGzero e noi stiamo lavorando alacremente a questa edizione: il libro di Alfredo Somoza, “Siamo già oltre? La globalizzazione tra fake e smart”, per conoscere e interpretare le dinamiche della globalizzazione in modo puntuale e documentato.
Smascherando le fake news, ma anche andando a indagare sui reali vantaggi della civiltà smart. Uno sguardo critico che vada oltre la retorica trionfalistica sul futuro dell’umanità. La globalizzazione è un fenomeno che ha cambiato la nostra vita con dinamiche nuove e riproposto in veste moderna altre molto antiche.
Il libro racconterà gli scenari dell’economia mondiale, della lotta per la terra e l’ambiente, dei diritti ottenuti e negati, del gioco delle potenze. Senza ideologismi né compromessi. Racconterà il mondo nel quale siamo già immersi, anche se ancora non ci è stato del tutto svelato.

Qui abbiamo costituito una sezione audio con podcast e video di approfondimento dedicati e testi di accompagnamento alla produzione del libro in uscita a fine autunno.
Il libro offrirà chiavi di lettura utili per interpretare il mondo che ci circonda, spesso a partire da notizie che non riescono a guadagnare i titoli dei giornali, talvolta per conflitto di interessi. Il progetto non comprende solo il libro, ma uno sguardo continuativo delle dinamiche globali e delle loro conseguenze. Una specie di osservatorio che l’autore cura da 20 anni con aggiornamenti settimanali radiofonici che si potranno continuare a seguire nel tempo. Molte cose che troverete in questo libro sarebbero censurate in diverse parti del mondo. Perché una delle vittime eccellenti della pandemia – e dalla globalizzazione – è stata la democrazia e di conseguenza la libertà di stampa.

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Il lavoro di Alfredo Somoza è ispirato all’idea che un altro mondo migliore sia possibile, idea che lo accompagna dai tempi in cui partecipò al Forum Sociale Mondiale di Porto Alegre esattamente 20 anni fa.

Un dibattito sulla globalizzazione ed i suoi effetti. Quali sono stati i grandi cambiamenti degli ultimi 20 anni, e in particolar modo durante la pandemia? Come sono stati raccontati? Quante fake girano sulla globalizzazione? Quanto è smart il futuro? Partecipano: Alfredo Somoza, giornalista e scrittore. Chawki Senouci, caposervizio esteri di Radio Popolare, Marta Gatti, esperta di land grabbing e di agricoltura.

Moderano Murat Cinar e Adriano Boano.

Il criptobiscazziere mesoamericano

Ormai è risaputo che in Salvador si è adottata come denaro corrente una criptovaluta, la più famosa: il bitcoin.
Il Salvador non potrà regolare in bitcoin le importazioni, né pretendere “chivo” a pagamento dei beni eventualmente esportati. Non ci possono essere riserve di bitcoin, né una banca centrale che li emetta. Non esiste nemmeno l’obbligo di accettare un pagamento in criptovalute
Ma molti hanno cominciato a farsi un’idea di chi sia Nayib Bukele e di come si muova senza regole, fondando il suo potere sui giovani che ne seguono l’avventurismo tecnologico, manipolati dalla sua spregiudicata propaganda mirata a modificare la Costituzione per essere rieletto.
La mossa dell’adozione della criptomoneta si spaccia come agevolazione per le rimesse dei migranti (quasi un terzo dei cittadini salvadoregni); ma è soprattutto il grande mercato del riciclaggio di denaro sporco che si trova a ringraziare il presidente.
Poi si registrano le apparenti contraddizioni di affidare l’interfaccia e la sicurezza di Chivo (il wallet è stato battezzato così, ovvero “figo”) alla statunitense BitGo controllata dalla Galaxy Digital di Mike Novogratz, proveniente da Goldman Sachs nel momento in cui si sfida l’amministrazione Biden: cioè si spaccia populisticamente come grimaldello dei poveri ma si affida il funzionamento ai maneggi misteriosi della finanza; i commercianti non sapranno in realtà se avranno guadagnato realmente il denaro necessario per reinvestire nell’impresa, ma la finanza avrà altro denaro fresco da far sparire nel criptogioco. In compenso le istituzioni come Fmi hanno declassato ulteriormente il rating del paese per l’estrema volatilità.

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Incauto accordo: era già tutto scritto a Doha

Rassicuranti non lo sono mai stati. Ma ora sono cambiati: i Talebani hanno imparato soprattutto il modo di promuoversi e quanto sia importante la comunicazione in un mondo mediatico, dove persino l’impressione levantina dei capi e orrifica dei tagliagole nei loro stracci e barboni vecchi di due millenni nell’iconografia stantia e un po’ razzista diventa folklore, se fanno la parte a loro assegnata da Trump risultano credibili a Doha, perché svolgono il ruolo di negoziatori, che la loro cultura riconosce ai capiclan maschi e che è quella ricercata dalla controparte fatta di maschi americani. Ciò che li ha accomunati è l’appartenenza al più vieto conservatorismo di entrambe le società.

La solita eccezione culturale francese si chiede se sia possibile confrontarsi, e quindi riconoscere, con le posizioni talebane senza venir meno ai propri principi. Una posizione palesemente ancora fondamentalmente colonialista perché connota il gruppo in senso razzista e prevede una superiorità di principi da esportare: in realtà quei principi dovrebbero riuscire a comprendere come ragiona la controparte per poter individuare i punti su cui avviare la trattativa, perché senza il confronto non c’è che la soluzione di forza, visto che non si è potuta creare una alternativa nazionale credibile riconosciuta dagli afgani, visto che si sono volute imporre figure – corrotte e inconsistenti – ritagliate sul modello occidentale.

Alfredo Somoza ha colto tutte queste contraddizioni che mettono all’angolo gli europei, le rassicurazioni atlantiste e conferiscono nuova linfa a un jihadismo che si va diffondendo in Asia e Africa…

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Negare la cultura del diverso, annientandolo

Uomini di serie A e di serie B, C… Z. È il principio alla base di ogni razzismo, che immagina un mondo senza diversità e quando la incrocia cerca di assorbirla, introiettarla… integrarla; quando non riesce elimina il diverso, cancellandone ogni espressione, a cominciare dalla cultura che lo esprime.
Alfredo Somoza prende spunto dalla notizia di fosse comuni per bambini, rapiti da comunità cattoliche alle loro famiglie indigene in Canada con lo scopo di eliminare ogni traccia di cultura, religione, costumi “alieni”, avversati fino alla soppressione dei giovani, favorendo il genocidio e l’estinzione di quelle tradizionali tribù.
L’intolleranza si fonda su teorie che imperversarono al tempo del Positivismo, utilizzando teorie prive di fondamento che infestano menti deboli che si credono superiori; ma il vero problema è la capacità di diffusione di quelle teorie che fanno leva sulla supponenza della cultura occidentale industriale di proporsi come unica forma di cultura accettabile.

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L’illusione del bollino: un menu di batterie e semafori

Alfredo Somoza si cimenta con l’adozione di bollini nutrizionali molto burocatizzati dall’UE, che vedono due concetti di cultura dell’alimentazione retti su filiere di affari antagoniste, ma entrambe figlie della guerra al cibo sano.
Nutri-score, ideato in Francia, è un semaforo che indica con 5 sfumature tra il rosso e il verde la ricaduta sulla salute di ogni singolo alimento: il colore viene elaborato da un algoritmo che prende in esame parametri quali l’apporto calorico e il contenuto di grassi saturi, zuccheri e sale. Oltre ai francesi sostengono Nutri-score anche belgi e tedeschi. Diversi paesi dell’Est e del Sud del continente, Italia e Grecia in primis, invece lo criticano perché penalizzerebbe i prodotti ultraprocessati e diversi alimenti tipici della tradizione mediterranea e rilanciano proponendo Nutrinform Battery. Si tratta di un bollino a forma di batteria che indica non se il cibo sia da considerarsi buono o cattivo in sé, bensì quanto pesa percentualmente una singola porzione di quell’alimento sulla quantità totale di calorie, zuccheri, grassi, grassi saturi e sale che è consigliabile assumere in un giorno. Un meccanismo di difficile lettura, meno immediato del semaforo del concorrente. La tesi di Nutrinform Battery è che nessun alimento in commercio è dannoso, tutto dipende dalle quantità assunte. Per Nutri-score, invece, esistono cibi dannosi che restano tali a prescindere dal contesto.
Diverse aziende multinazionali hanno già preventivamente annunciato che si adegueranno: ci si accorge che la logica del bollino non spaventa nessuno. sarà l’ennesima informazione che andrà ad aggiungersi a etichette già cariche di parole e numeri, magari in più lingue, ma anche di simboli, bolli di certificazione e codici a barre, il tutto in caratteri sempre più piccoli e illeggibili. L’eccesso di informazioni, alla fine, sta producendo l’effetto contrario rispetto a quello auspicato: il mondo del consumo è ormai diviso nettamente in due, una minoranza informata che spende tempo per studiare l’etichetta e una maggioranza che la ignora, anche per mancanza di tempo.
È in questa seconda, grande categoria che si collocano i consumatori di trash food: non compiono una scelta ponderata ma acquistano ciò che costa poco e disconoscono o ignorano le controindicazioni. Il problema non è solo economico ma anche culturale. La dieta basata su cibi processati e da consumare rapidamente, come i wurstel o le patatine fritte, ma anche su specialità – per guardare all’Italia – come i salumi e i formaggi. E il cortocircuito si verifica qui: i produttori di alimenti tradizionali ricchi di grassi e sale, come gli insaccati, si rivolgono a un cliente che potrebbe rivelarsi sensibile al richiamo salutista, mentre i produttori di trash food non se ne preoccupano affatto, perché i loro consumatori ignorano i bollini; il cibo è cultura e disponibilità economica. La questione vera sta a monte, ed è che anche nell’Europa mediterranea, dove ieri i poveri vivevano mangiando soprattutto pesce, olio d’oliva, pane, verdura e frutta, oggi hamburger, merendine e patatine fritte possono farsi beffe di qualsiasi bollino.

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La Seconda Guerra Fredda: l’ipocrisia neoliberista sui diritti umani

La Guerra Fredda che si sta preparando è molto diversa dalla precedente per protagonisti, interessi economici, ambiti ideologici, schieramenti, alleanze porose come i confini entro cui agisce la contesa.
Alfredo Somoza (@alfredosomoza) prende spunto dal recente G7 di St Ives per cogliere le molte contraddizioni che ne sono emerse e la strabicità di visioni tra gli antagonisti: da un lato la “cordata occidentale” dell’“America is Back” (https://ogzero.org/america-is-back-la-regia-del-road-movie-di-biden/) e dall’altra il costruendo asse Mosca-Pechino con le potenze locali costituite dagli strategici regimi di Tehran e Ankara a svolgere il ruolo di comprimari con sceicchi, emirati e la potenza militare israeliana.
Le differenze tra le due epoche sono nel fatto che sul sistema economico le leadership mondiali si sono attestate tutte su diversi livelli di una stessa dottrina, il neoliberismo; la sensazione è che i diritti umani siano merce di scambio, da mettere sul piatto della bilancia commerciale, il vero centro dello scontro.
Quando il gioco si fa duro, i Grandi ripristinano il G7 per dimostrare che comandano ancora loro. Ma è davvero così? Oggi la forza dei Paesi del G7 non è il loro arsenale militare, imbattibile e costoso, ma la ricchezza dei loro mercati. Si tratta però di una ricchezza che scorre sempre di più verso altri paesi, dispersa in milioni di rivoli, lasciando ai Grandi sempre di meno in termini di entrate fiscali e creazione di impiego. Il drenaggio economico favorisce chi possiede materie prime e, soprattutto, chi le trasforma, ed è destinato a tradursi anche in potere politico.
L’impero Françafrique si sta sfaldando e infrastrutture e stakeholder cinesi lo sostituiscono, mentre turchi e russi subentrano nel controllo militare del territorio; in Mesoamerica non si tollera più l’ipocrisia della retorica democratica di chi in passato copriva i colpi di stato, la fame alimenta i populismi di ogni segno, e la ferocia repressiva dei narcoregimi producono insurrezioni come in Colombia.
Un tratto è fondamentale nella analisi della nuova Guerra Fredda: i grandi avversari di oggi sono legati indissolubilmente tra loro nella costruzione e nella gestione della globalizzazione. Dove conta di più chi vende una pera argentina, impacchettata in Thailandia per distribuirla in quegli Usa che possiedono gli inutili missili intercontinentali.

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La chimera della ridistribuzione

Un tema complesso quello delle diseguaglianze, che secondo la scuola liberale non dovrebbero nemmeno esistere come categoria, in quanto deriverebbero soltanto dall’impossibilità di concorrere liberamente in un mercato svincolato da ogni controllo pubblico.
Opposta è la visione delle socialdemocrazie, che credono in un mercato regolato dallo stato e considerano le diseguaglianze come “anomalie” da combattere attraverso il welfare e la tassazione progressiva sui redditi. Cioè ridistribuendo la ricchezza.
Il punto è che questi problemi non riguardano solo la ridistribuzione del reddito. Siamo alle soglie di una rivoluzione industriale senza paragoni, quella dell’intelligenza artificiale applicata alla robotica, potenzialmente destinata a eliminare una quantità enorme di lavoro: che i robot che svolgono lavoro umano dovrebbero essere tassati, per assicurare il mantenimento del livello di welfare.
Secondo l’istituto di ricerche globali sull’economia McKinsey, il 45% dei posti di lavoro oggi remunerati potrebbe essere sostituito in tempi brevi da tecnologie già attualmente in sperimentazione.

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I forzieri della filibusta fiscale

Nei fondamentali della liberalismo inglese il fatto di pagare le tasse diventa una parte dei binomi fondativi della appartenenza alla comunità data da tasse e cittadinanza, tasse e responsabilità sociale, tasse e giustizia. Oggi si parla invece di “erosione della base imponibile”, il trucco legale che permette alle grandi multinazionali di trasferire all’estero i profitti onde evitare la tassazione nei paesi dove gli stessi profitti sono stati generati.
Secondo un report di Citizen for Tax Justice, le principali 500 aziende statunitensi avrebbero parcheggiato in paradisi fiscali 2100 miliardi di dollari che, se dovessero rientrare negli Usa, lascerebbero allo stato 600 miliardi di dollari; la pratica innocentemente chiamata “di ottimizzazione fiscale” è a portata soltanto delle grandi multinazionali. Per un produttore locale europeo, questo vuol dire avere un gap rispetto al suo concorrente pari a circa il 30-35 per cento sul guadagno atteso. Evidente concorrenza sleale alla base della globalizzazione che ha moltiplicato le opportunità di produrre e di vendere a un mercato sempre più grande, senza ridistribuire i proventi.

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