Politico-Economica

L’intrico degli interessi regionali e internazionali che grazie alle infrastrutture, alle vie di comunicazione e alle politiche sui dazi si spartiscono le risorse minerarie, i giacimenti, l’acqua nelle aree del mondo che ne sono più ricche, passando per il traffico di merci, di esseri umani e per la dipendenza dalle fonti energetiche.

Ribolle il Mar Rosso© Vlastas
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Eric Salerno
Immersione nella barriera arabo-israeliana in dissoluzione Tra…
Ambiente ed energia in Myanmar
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Sabrina Moles
Riportiamo sul nostro sito l'analisi di Sabrina Moles apparsa…
Devastante viaggio “diplomatico” di Pompeo in Israele
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Amedeo Rossi
Ormai sembra inevitabile che il riottoso Trump sia costretto…
Dispute etniche e svolte liberiste in Corno d'Africa
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Angelo Ferrari, OGzero
... anzi, il sottile velo delle dispute etniche non riesce a…
luna di miele turco-russaNenet
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Yurii Colombo
La luna di miele turco-russa è finita La linea di faglia apertasi…
Segnali di fumo dal Bosforo a Washington
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Murat Cinar, OGzero
Annusate le possibilità di nuove concessioni con il cambio della…
Nuovi armamenti e suk dell'usato sicuro©Leolintang
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Eric Salerno
A volte ritornano... le tangenti Lockheed Guerra e Pace. Pace…
Rivolta a BeirutLayal Jebran
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Lorenzo Forlani
Rappresentanze variabili solo all’università? Lo scorso 8…
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Emanuele Giordana
Leggiamo questo aggiornamento di Emanuele Giordana sulla manifestazione…
© leungchopan
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Alessandra Colarizi
Quando il presidente cinese Xi Jinping visitò Berlino nel marzo…
Nagorno Karabach Artsakhi
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Gianni Sartori
... e considerazioni sull’esasperazione dei nazionalismi in…
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Gianni Sartori
L'indipendenza e autodeterminazione dei popoli del Fezzan e della Nigeria passa attraverso la collaborazione tra tuareg e tebu, ma anche contro il neocolonialismo occidentale, soprattutto francese, che mira a controllare oro, uranio, petrolio, acqua e vuole imporre la sua presenza militare attraverso missioni Onu con il pretesto di combattere il jihadismo, con cui brevemente e riconoscendo l'errore il popolo azawad si era alleato nel 2013
normalistas de Ayotzinapa muertos en Igual
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Miguel Ángel Cabañas, OGzero
Sei anni dopo la strage dei normalistas di Ayotzinapa il governo messicano riconosce gli insabbiamenti e arresta 70 militari, considerandoli responsabili per i fatti avvenuti a Iguala il 26 settembre 2020. Miguel A. Cabañas ha incastonato in un suo lungo saggio quella collusione di apparati militari, magistratura, politici corrotti e cartelli della droga, riconducendola alla necropolitica che affonda le sue radici nel neoliberismo e nel saccheggio del territorio, delle risorse e della manodopera da parte delle multinazionali, ottenendo una società dispotica animata dall'horrorismo
Doha - Qatar: negoziati di pace intra-afgani, 12 settembre 2020
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Giuliano Battiston, OGzero
O non è piuttosto quella di Mike Pompeo, segretario di stato…
Sabotaggio: massima pressione su Rohani
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Marina Forti
L'amministrazione Trump ha stracciato l’Accordo sul nucleare che l'Occidente con Obama aveva stipulato con il regime degli ayatollah; e Israele non perde occasione per sabotare gli impianti iraniani, da ultimo l'esplosione di Natanz il 2 luglio. Si crea così un duplice fronte, interno ed esterno all'Iran, insufficiente a mettere in crisi la Repubblica Islamica
Chabar, porto internazionale sul golfo
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Marina Forti
Massima pressione americana e scenario multilaterale regionale È…
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Marina Forti
I dispacci del ministero della sanità iraniano non lasciano…
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Emanuele Giordana
Anche il recente scontro tra Delhi e Pechino va ricondotto a…
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Alessandra Colarizi
Lattuga, cavolo cinese, bok choi e molto altro. Non siamo in…
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Andrea Spinelli Barrile
Il 9 maggio 2020 la Somalia è tornata con forza sulle prime…
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Murat Cinar
Le strategie parallele russo-turche per l'indipendenza ottomana dagli Usa porta alle intese di Astana per spartirsi energia e controllo sullo scacchiere mediterraneo
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Mattia Bernardo Bagnoli
Da zar a raiss. La tentazione di esagerare, quando si affronta…
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Luca Raineri, OGzero
Nei due anni che vanno dal maggio 2018 al giugno 2020 nel territorio…
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Angelo Ferrari, Raffaele Masto
Boots on the ground La guerra fredda è un lontano ricordo.…
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Angelo Ferrari, Raffaele Masto
Raffaele Masto, Angelo Ferrari, 2020 Per l’Etiopia…
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Deniz Yücel
La Valle del Munzur appartiene, senza esagerazioni, alle…
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Kamal Chomani
The KRG oil policies eventually became curse for the people…
Pozzi petroliferi di Tawke, Kurdistan iracheno occidentale
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Kamal Chomani
Fino al 2005 il nazionalismo curdo traeva fonte d’ispirazione…
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Murat Cinar, OGzero
La deportazione dalla Turchia dei rifugiati siriani curdi in…
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Alberto Negri
All'arabizzazione forzata del Rojava negli intenti di Erdoğan, attivo anche in Libia, si contrappongono le affermazioni di Bashar al Assad, che lo giudica un invasore, forse pensando che il padre Hafiz aveva già operato un'arabizzazione della regione ai danni dei curdi; la spartizione della Siria con la fine del decennio si è completata, mentre due fazioni simili si contendono il potere in quella che era la Libia, di nuovo internazionalizzando la guerra per procura, con precisi appoggi dagli uni o dagli altri. La presenza russa condiziona e indirizza i protagonisti di entrambi i campi libici, come già in Siria. L’accordo intercorso tra Erdoğan e Serraj per spartirsi il petrolio del Mediterraneo e le minime reazioni internazionali a questo abuso dimostrano la dipendenza di ogni nazione dalle risorse dei territori sottoposti a rivolgimenti geopoliticamente strategici, per cui ciascuno si mantiene libero di saltare sul giacimento del vincitore; solo la Grecia ha espulso l’ambasciatore turco, evidenziando la debolezza europea. Ma cosa si può immaginare in trasparenza dietro a questa situazione? in quale contesto dei due paesi si va a inserire? Questo bel cortocircuito che coinvolge l’intero scacchiere mediorientale vede sempre in controluce il profilo di Putin, che spedisce truppe (il famigerato contingente paramilitare Wagner) e smuove alleanze contrapposte. Allargando il campo ai molti motivi di scontro, alleanze e affinità religiose (piegate a fare da foglia di fico per gli interessi geopolitici): se da un lato ci sono i Fratelli Musulmani, che Erdoğan appoggia dovunque, dall’altro lato c’è l’Egitto di Al-Sisi che con un golpe ha cacciato proprio il governo islamista eletto che sostiene un governo di Bengasi ufficialmente laico, ma finanziato dai wahaabiti sauditi, quanto Tripoli si avvale delle milizie jihadiste di Misurata. Così l’area mesopotamica torna ad apparentarsi con quella libica: gli strumenti, le strategie, gli interessi e i meccanismi messi in atto sono riconducibili a una medesima regia globale?