Taipei, ossessione cinese in un mare conteso

Alessandra Colarizi

Taiwan è snodo essenziale nella geopolitica dell’era Biden, che intende recuperare un po’ del prestigio perduto tra i flutti del Mar Cinese meridionale dalla passata amministrazione Trump, soprattutto dopo l’epilogo della disputa hongkonghese, che vede l’isola definitivamente inglobata nella Cina popolare; ora tocca a Taipei. L’isola rappresenta anche il maggior produttore di microchip quasi in regime di monopolio per quelli sotto i 10 nanometri – dunque motivo di preoccupazione per l’Occidente, se dovesse finire sotto il controllo di Pechino, che proprio per questo motivo potrebbe trovare ulteriore incentivo alla riunificazione. Di contro l’attuale amministrazione americana sta rivedendo l’approccio, promuovendo assistenza economica, relazioni diplomatiche e traffico di armi con il governo di Tsai Ing-wen. Per questa serie di ingarbugliate risoluzioni strategiche proponiamo l’indispensabile approfondimento storico di Alessandra Colarizi per collocare la nuova guerra che nel prossimo futuro vedrà al centro l’autonomia di Taipei dalla Cina continentale, le cui navi continuano a solcare un mare conteso e i cui piloti volano nei cieli di Formosa.


La guerra tra il Partito comunista cinese e i nazionalisti del Kuomintang (Kmt) è iniziata negli anni Venti, si è fermata durante la Seconda guerra sino-giapponese (1937-1945), per poi culminare, quattro anni più tardi, nella fuga del Kmt sull’isola di Taiwan. Ma la guerra civile cinese, in realtà, non è mai finita. Seppur con modalità e dinamiche diverse, è una guerra psicologica che – senza spargimenti di sangue – continua ancora oggi.

Per gli esperti, il 2020 è stato l’anno più turbolento dalla terza crisi dello Stretto di Formosa, quando tra il 1995 e il 1996 la Cina rispose alla visita negli States dell’allora presidente taiwanese Lee Teng-hui con esercitazioni missilistiche.. Negli ultimi mesi Pechino ha aumentato le sue incursioni nella zona di identificazione aerea di Taiwan (Aidz) con voli quasi giornalieri di aerei spia e jet militari arrivando persino ad attraversare la linea mediana, la frontiera simbolica tra le due Cine rimasta inviolata per settant’anni. Secondo Philip Davidson, comandante delle Forze Usa nell’Indopacifico, un tentativo di riunificazione manu militari – mai escluso dalla leadership comunista – potrebbe concretizzarsi nel giro di sei anni. Verosimilmente, molto dipenderà dalla postura di Washington, tenuto a sostenere l’autosufficienza bellica di Taipei, ma sollevato da obblighi difensivi fin dall’interruzione del Sino-American Mutual Defense Treaty nel 1980, un anno dopo l’istituzione di rapporti ufficiali con la Repubblica popolare.

Negli ambienti militari cinesi circola la convinzione che la pandemia abbia accelerato l’inesorabile declino della potenza statunitense nel quadrante asiatico. Ormai sceriffo senza stella, una volta persa Taiwan, Washington rischia una crisi di credibilità tra gli alleati regionali, che il gigante asiatico punta a cavalcare. «Il timore di un danno frena. L’azione logora. La prospettiva di un vantaggio incita», scriveva lo stratega cinese Sun Tzu. Ma leggere l’escalation tra Pechino e Taipei attraverso il prisma dell’intervento a stelle e strisce è un esercizio tanto intrigante quanto ingannevole. Come ripetono i media statali, quella taiwanese è una “questione interna”. Propaganda a parte, la retorica muscolare della leadership comunista risponde realmente a dinamiche intestine.

Taiwan, questa sconosciuta

Quella di Taiwan è una storia antica ma non troppo. Come spiega sul blog della Yale University Press Bill Hayton, autore di The Invention of China, dall’occupazione giapponese (1895) all’arrivo dei nazionalisti, la mainland non si è data particolare pensiero della sorte dell’isola, considerata all’epoca inospitale e abitata da popolazioni primitive. Nel 1895, un editto imperiale vietò ogni supporto al governatorato locale istituito dalla dinastia Qing una decina di anni prima quando, in virtù del posizionamento strategico per i commerci con le potenze coloniali, Taiwan fu scorporata dal Fokien e resa provincia. Ben 200 anni dopo essere stata annessa al Celeste Impero. Non godette di maggiori attenzioni nemmeno durante il breve esperimento repubblicano di Sun Yat-sen. Nei piani del fondatore del Kuomintang, l’ex Formosa doveva servire come base d’appoggio per sovvertire la decrepita dinastia mancese, ma non venne mai ufficialmente inclusa tra le nuove 22 province, nonostante la Repubblica di Cina rivendicasse confini in larga parte sovrapponibili ai territori Qing. Questa ambiguità di fondo non cessò nemmeno dopo la vittoria comunista. Anziché ambire a una riunificazione, Mao e compagni auspicavano piuttosto che l’isola riuscisse a ottenere l’indipendenza dal Giappone, tanto che durante il sesto Congresso del Pcc il popolo taiwanese venne espressamente definito una minzu (nazionalità) a sé. Posizione mantenuta fino ai primi anni Quaranta. Più precisamente fino all’attacco nipponico di Pearl Harbour e al conseguente ingresso americano nella Seconda guerra mondiale. Solo allora, fiutando l’imminente sconfitta del Sol Levante, i nazionalisti del generalissimo Chiang Kai-shek scorsero nell’isola selvaggia un riparo temporaneo da cui programmare una riconquista della Cina continentale. Sappiamo che questo non avvenne mai. Ma le rivendicazioni del governo “illegittimo” oltre lo Stretto continuano tutt’oggi ad agitare i sonni dell’establishment comunista. «Sacro territorio inalienabile», così la costituzione cinese definisce dal 1982 l’ex Formosa.

Il senso di Pechino per Taiwan

Per capire l’ossessione cinese per l’isola bisogna scavare tra le pieghe della storia recente. Negli ultimi trent’anni, le due Cine hanno preso strade divergenti: una ha rinnegato il dispotismo militarista di Chiang Kai-shek, diventando un raro esempio asiatico di democrazia illuminata. L’altra ha cambiato diversi “Timonieri”, appeso al chiodo la divisa rivoluzionaria, ma ha giurato amore eterno al sistema monopartitico. Generazione dopo generazione l’involucro è rimasto tale e quale.

Ma gli ideali che un tempo ispirarono i fondatori della patria nella lotta contro i nazionalisti hanno ceduto il posto al “socialismo con caratteristiche cinesi”, quel “capitalismo di stato” che, mixando piani quinquennali e imprenditoria privata, ha sì reso la Cina seconda economia mondiale, ma anche provocato effetti collaterali, come corruzione dilagante e diseguaglianze sociali. Il tutto mentre sull’altra sponda dello Stretto molteplici forze politiche si contendono il voto dei cittadini nella cornice di vivaci campagne elettorali. Taiwan rischia di diventare motivo di imbarazzo per Pechino. Non è facile difendere la superiorità del “modello cinese” con una Cina democratica determinata a ottenere un maggior riconoscimento sullo scacchiere mondiale. Soprattutto da quando l’ottima gestione del coronavirus le è valso il plauso internazionale.

Assicurare stabilità sociale e prosperità economica è quanto, fino a oggi, ha permesso alla leadership comunista di mantenere il consenso popolare anche in tempi di crisi ideologica. Ma le incertezze del contesto globale espongono il binomio sicurezza e benessere a rischiose variabili esterne. Lo dimostrano la pandemia e i chiari di luna con Washington. Ecco perché, nella “Nuova Era” di Xi Jinping, il partito/stato si è rivolto al nazionalismo per consolidare la propria legittimità. Complice la fase decadentista vissuta dall’Occidente democratico. Bu wang chuxin (“Non dimenticare l’intenzione originaria”): il monito riecheggia costantemente nei discorsi del presidente, rievocando una concezione paternalistica del potere che, come al tempo della rivoluzione comunista, si serve di una minaccia esterna – reale o presunta – per unire la popolazione e legittimare la propria sopravvivenza.

Il patriottismo “strabico” di Pechino

Per quanto piuttosto efficace, la strategia del fanatismo patriottico come collante sociale non è priva di ambiguità. Cominciata alla fine dell’Ottocento su ispirazione giapponese, la formazione di un sentimento nazionalista oltre la Grande Muraglia non solo precede la fondazione del Partito comunista, ma è anche strettamente associata alle origini del Kmt e ai “tre principi del popolo” di Sun Yat-sen: minquan (democrazia), minsheng (benessere del popolo) e minzu (nazionalismo) inteso come l’unione di tutte le etnie cinesi in chiave antimperialista. Al contempo il processo di costruzione nazionale, avviato nella Cina continentale intorno agli anni Trenta, non riguardò l’isola oltre lo Stretto, all’epoca ancora nell’orbita nipponica. E, sebbene l’arrivo a Taiwan del governo nazionalista in fuga segnò l’importazione del nation building cinese, all’inizio del nuovo millennio l’ascesa del filoindipendentista Democratic Progressive Party ha sancito la formazione di una vera e propria identità taiwanese, arrivando persino a rinnegare le antiche radici cinesi. Da allora il percorso delle due Cine si è biforcato nuovamente, mettendo a rischio la narrazione delle origini condivise promossa da Pechino. Questo strabismo storico si riflette nella rilettura della controversa figura di Chiang Kai-shek. Considerato un tempo “nemico del popolo”, negli ultimi anni l’industria culturale cinese ha cercato di riabilitare la figura del generalissimo nel nome di un comune patriottismo antigiapponese, laddove a Taiwan, negli ambienti più progressisti, si sta cercando di cancellarne ogni traccia. Per molti taiwanesi Chiang è il ricordo di quarant’anni di arresti e stragi indiscriminate. Per il governo comunista, invece, Chiang è la prova che c’è sempre stata “una sola Cina”.

Taiwan e il “Chinese Dream”

Il ritorno alla madrepatria «non può aspettare di generazione in generazione», aveva sentenziato Xi Jinping nel 2013, appena assunto l’incarico di presidente. In quello stesso anno prendeva forma il “sogno cinese”, concetto evocativo che sintetizza l’impegno del partito/stato non solo ad assicurare benessere economico per la popolazione, ma anche a ripristinare lo standing internazionale dell’ex “malata d’Asia” dopo l’umiliazione subita nell’Ottocento per mano delle potenze imperialiste. Concludere definitivamente la guerra civile è strumentale al raggiungimento dell’agognata “rinascita nazionale”. Un obiettivo che passa per la difesa della sovranità territoriale e l’assoggettamento delle aree periferiche del paese ancora refrattarie all’autorità del governo centrale. Ma le proteste di Hong Kong e la sinizzazione forzata del Tibet e della regione islamica dello Xinjiang hanno reso la prospettiva di un’assimilazione politica anche più invisa alla popolazione taiwanese. Diversi segnali suggeriscono un parziale ripensamento di Pechino davanti alla scarsa persuasività della vecchia strategia dell’annessione pacifica a base di isolamento internazionale e corteggiamento economico. La perdita di sette alleati e l’offerta di una semiautonomia in stile hongkonghese non hanno ammorbidito la posizione di Taipei. E il tempo stringe. La Cina ambisce a diventare una “potenza socialista moderna” entro il 1° ottobre 2049, centenario della Repubblica popolare. Ma tappe e obiettivi anche più ravvicinati incombono minacciosi. Andando a ritroso, il 2027 potrebbe già riservare preoccupanti colpi di scena. Nei piani di Pechino, il centesimo compleanno dell’Esercito popolare di liberazione dovrà coincidere con la fine dell’ambiziosa riforma militare avviata nel 2015 per supportare il “sogno cinese”. C’è chi teme che, una volta ottenuti i mezzi necessari, la leadership cinese possa decidere di assumersi il rischio di una guerra con gli Stati Uniti. Chi invece, anche tra le fila dell’esercito cinese, considera un intervento armato uno spreco di risorse utilizzabili per “migliorare il tenore di vita della popolazione cinese”. Vero obiettivo del “Chinese Dream”.

 

Il sogno di Xi

I prossimi due anni potrebbero rivelarsi determinanti per le relazioni con Taipei. Il biennio 2021-2022 vedrà succedersi a stretto giro il centenario e il 20° Congresso del Partito comunista, che sancirà un parziale ricambio ai vertici della nomenklatura cinese. Un momento delicato che, con ogni probabilità, vedrà Xi sfondare il limite dei due mandati con l’intento di continuare a presiedere la roadmap dei due centenari, potenzialmente sine die. Consolidare l’eredità politica del lider maximo cinese pare conti almeno quanto raggiungere l’obiettivo del “ringiovanimento nazionale”. In questo processo Taiwan ricopre un ruolo centrale. Lo dimostra lo storico incontro tra Xi e l’ex presidente nazionalista Ma Ying-jeou, pochi mesi prima che nel gennaio 2016 la vittoria elettorale della leader del Dpp Tsai Ing-wen facesse naufragare ogni speranza di una riconciliazione pacifica.

Per Xi, la riunificazione è una questione personale. Una questione di famiglia, diciamo. Una storia dimenticata racconta di come la guerra civile intersecò le vicende famigliari del presidente. Perché se i media ufficiali amano ricordare le gesta del padre di Xi, il rivoluzionario Xi Zhongxun rimasto fedele al partito nonostante le purghe maoiste, il nonno materno del presidente, Qi Houzhi, militò nel braccio armato del Kmt durante la spedizione del Nord contro i signori della guerra. Un ruolo che gli permise di intercedere per la liberazione della figlia Qi Yun, zia di Xi Jinping, arrestata dai nazionalisti nel 1937 a causa delle sue note simpatie comuniste. Dopo la vittoria delle truppe maoiste, quel gesto paterno protesse Qi Houzhi dalla campagna contro gli elementi di destra. Non è andata altrettanto bene alla famiglia della first lady Peng Liyuan: il padre fu perseguitato per anni dopo che uno zio fuggì con i nazionalisti a Taiwan. Ancora governatore del Fujian – la provincia davanti allo Stretto – nel 2000 Xi riconobbe l’importanza dei trascorsi famigliari nella sua formazione personale. Probabilmente, lo stesso vale per molti altri cinesi. Senza dubbio, ricucire lo strappo con l’altra Cina darebbe a Xi un posto di primo piano nella storia. La riunificazione «è inevitabile», ha sentenziato il leader. La vera domanda continua a essere “come e quando?”.