Gli sguardi centrasiatici sul paese al centro dell’Asia centrale

Sabrina Moles

“Belt and Road Watcher” è la fonte originale che ha assemblato in lingua cinese i molteplici spunti di analisi dell’Eurasian Rhythm Network che gli “stan” vanno sviluppando per digerire e collocare l’evoluzione del Great Game afgano nella giusta dimensione dal punto di vista regionale. L’ennesimo giro di valzer che il mondo inscena per continuare a sfruttare il paese all’ombra dei nuovi vecchi padroni dell’Afghanistan, che abbiamo cercato di approfondire nello studium “La solita musica afgana?”, chiedendoci se sarà un altro Afghanistan quello imbandito in questi due mesi di approcci internazionali.

Sabrina Moles ha scovato e tradotto per noi questo lavoro redazionale di “Belt and Road Watcher” firmato da Edward Polletayev, utile per acquisire un ulteriore approccio al garbuglio centrasiatico, questa volta elencando il punto di vista dei paesi limitrofi, ma con l’interessante mediazione dell’“occhio cinese”.


L’Afghanistan unirà in una strategia panregionale i paesi dell’Asia centrale?

Fotografia scattata al momento dell’analisi

Il portavoce dei Talebani Zabihullah Mujahid ha affermato sui social media che le milizie hanno occupato il capoluogo di provincia Ghazni, è la decima città a cadere sotto il loro controllo, a soli 150 km dalla capitale Kabul. Funzionari della difesa degli Stati Uniti hanno affermato che i militanti talebani potrebbero tagliare la capitale afgana Kabul dal mondo esterno entro 30 giorni e potrebbero occupare Kabul entro 90 giorni.

In questi ultimi mesi alcuni media dell’ex Unione Sovietica hanno pubblicato diversi articoli di analisti ed esperti che parlano dei problemi delle nazioni dell’Asia centrale. Il tutto motivato principalmente dal ritiro degli Stati Uniti e delle truppe Nato dall’Afghanistan. Si cerca di rispondere a due domande in particolare: “Ora che cosa dovremmo fare?” e “Quanto la crisi afghana influenzerà la sicurezza della regione?”. Di conseguenza cresce la tensione generale, tensione che continua ad aumentare a causa della crescente incertezza su quello che accadrà nelle prossime settimane.

Fino a oggi le nazioni dell’Asia centrale non sono state in grado di rispondere con una strategia unitaria, anche se sono aumentate di recente le occasioni di confronto e dialogo tra i capi di stato. Per esempio, il Turkmenistan ha ospitato lo scorso 6 agosto la terza assemblea generale degli stati dell’Asia centrale. Ogni incontro è stata occasione per parlare della questione afghana sia da un punto di vista militare che di sviluppo. Il 24 luglio il presidente russo Vladimir Putin e il presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev si sono concentrati sul possibile impatto della crisi afghana sulla sicurezza e sulla stabilità della regione.

KazAID, un possibile aiuto finanziario regionale

La stabilità dell’Afghanistan influisce oggi sulla ridefinizione della regione, diventando l’interesse principale che le nazioni dell’Asia centrale hanno in comune. Molti esperti di affari della regione hanno discusso della questione in occasione dell’incontro intitolato Asia centrale dopo il 2021: sfide e opportunità. Il Kazakistan ha recentemente istituito l’Agenzia per la cooperazione allo sviluppo internazionale KazAID, che si occupa dell’Afghanistan e dell’Asia centrale e fornisce sostegno finanziario ai progetti. Nel luglio di quest’anno, il presidente Tokayev ha approvato le principali direttive politiche nazionali per l’assistenza ufficiale allo sviluppo per il periodo 2021-2025. Il documento afferma che «i paesi dell’Asia centrale e la Repubblica islamica dell’Afghanistan diventeranno la priorità degli aiuti allo sviluppo». Tuttavia, la minaccia afghana e la definizione dei confini del paese in Asia centrale, così come la sostenibilità della sua politica interna, sono state a lungo oggetto di dibattito.

La situazione in Afghanistan è una minaccia per l’Asia centrale?

La ricercatrice dell’Istituto kazako di Studi strategici Irina Chernykh ha sottolineato:

Quello di cui stiamo parlando ora è simile al dialogo dalla fine degli anni Novanta all’inizio del XXI secolo. L’Asia centrale esiste come regione o no? Per me è regionalizzato. Qual è lo standard? Circa 20 anni fa, abbiamo menzionato il Great Game in Asia centrale. A quel tempo, l’Afghanistan era la principale minaccia per la regione. Qualche anno dopo, ritorna ancora una volta la questione della sicurezza e dell’unificazione dell’Asia centrale.

Guzel Majtdinova, direttore del Centro di studi geopolitici e professore del Dipartimento di politica estera presso l’Università russo-tagika, ritiene che l’Asia centrale moderna sia nel pieno di un processo che punta a ripristinare l’integrità geopolitica basata su fattori storici, economici e culturali che accomunano i paesi dell’area. Ha detto:

L’Asia centrale non è solo le cinque ex repubbliche sovietiche definite dalle Nazioni Unite, ma include parti dell’India, del Pakistan, dell’Iran e dell’intero Afghanistan, nonché della Cina occidentale. Finora si è ottenuto un certo livello di cooperazione nell’area settentrionale dell’ex Unione Sovietica. Al contrario, l’unità regionale dell’Asia meridionale è lontana dall’essere una realtà, a causa dei problemi di connettività e di sicurezza. In realtà, se si fa riferimento ai cinque paesi dell’ex Unione sovietica, l’Asia centrale negli ultimi anni ha compiuto progressi in alcune aree di cooperazione e il livello di interazione regionale bilaterale e multilaterale è notevolmente aumentato. Per esempio, l’approfondimento delle relazioni con l’Uzbekistan è inseparabile dall’Unione economica eurasiatica.

Lavshan Nazarov, professore associato del Dipartimento distaccato di economia della Plekhanov Russian University of Economics a Tashkent, ha dichiarato:

L’Afghanistan è una parte imprescindibile dell’Asia centrale. Bisogna chiarirlo a più riprese, quella che interpretiamo come Asia centrale è l’Asia del post-Unione Sovietica. Quindi l’Afghanistan non può essere ‘scollato’ da questo concetto”.

Nazarov sostiene che il problema principale dell’Afghanistan è che manca di un passato di occupazione coloniale.

I pashtun che un tempo vivevano nell’impero britannico oggi sono cittadini del Pakistan. Il loro tasso di alfabetizzazione era quattro volte quello dei Pashtun in Afghanistan. Mentre, al contrario, non ha senso parlare di divario culturale tra gli altri stati dell’Asia centrale, dove invece il tasso di alfabetizzazione non è inferiore al 97 per cento.

Tuttavia, Lesya Karatayeva, ricercatrice dell’Istituto presidenziale del Kazakistan per gli studi strategici, ritiene che non importa quale nuovo slancio abbia avuto la discussione sulla qualità della regionalizzazione dell’Asia centrale postsovietica: in ogni caso sarà difficile compiere progressi significativi nel rafforzamento regionale. Ha spiegato:

La sicurezza è un fattore importante. In questo caso, ha senso prestare attenzione al fatto che l’instabilità della situazione politica in un determinato paese o il deterioramento delle relazioni bilaterali influenzerà la situazione di altri paesi della regione? L’esperienza ci ha insegnato che non c’è un’influenza grave. Quando crisi occasionali accadono, bisogna rispondere con decisioni politiche; ogni deterioramento occasionale richiede una risposta politica, ma per i paesi che non si lasciano coinvolgere non rappresenta un rischio per la sicurezza, né vi è alcuna escalation in instabilità regionale.

Un altro problema importante: il processo di state-building afghano ha dei rischi per la regione?

Karatayeva ha poi spiegato:

La posizione di ciascun paese su questo tema dipende dal grado di vicinanza all’Afghanistan. Per esempio, per il Tagikistan e il Kazakistan, il grado di percezione del rischio è diverso. Ironia della sorte, il suo ruolo di ‘outsider’ ha notevolmente promosso l’integrazione dell’Asia centrale. Per almeno un quarto di secolo, la riluttanza dell’Afghanistan a unirsi al piccolo gruppo dei paesi dell’Asia centrale ha sostenuto l’agenda di politica estera dell’intera regione.

La ricercatrice ha anche affermato che dal 2018 la visione sul ruolo dell’Afghanistan è cambiata e anche la situazione interna in Afghanistan è cambiata.

Al momento è difficile fare previsioni, ci sono troppi fattori di incertezza. Da un lato, la realizzazione di progetti economici richiede sicurezza. Nessuno è interessato a investire in territori instabili. Dall’altro, se la situazione economica ha bisogno di migliorare, come raggiungere la stabilità? Partecipanti diversi, interessi diversi, posizioni diverse. Una cosa è certa: non c’è bisogno di aspettarsi risultati presto.

Marat Shibutov, membro del Kazakistan National Public Trust Committee e membro dell’Almaty Public Committee, ha dichiarato:

Il recente conflitto al confine di Gita è di grande importanza per l’Asia centrale. Questo è il vero risultato, possiamo addirittura dire che sia una nuova epoca per il rilancio delle relazioni tra questi paesi. Non dobbiamo avere paura dei Talebani, la maggior parte di loro sono una minaccia “inventata, esagerata”. Ciò che è necessario ora è guardarci l’un l’altro: l’Asia centrale ha una mole enorme di conflitti irrisolti. Di conseguenza, i conflitti passano da potenziali a armati Ci sono anche molte ragioni per i conflitti. Per esempio, è arrivato il periodo di siccità e la siccità estiva durerà per tre anni. Non si sa ancora cosa ne deriverà. Potrebbero esserci conflitti armati a causa dell’estrazione dell’acqua. È meglio spostare l’attenzione dall’Afghanistan alle questioni regionali, altrimenti rischiamo di diventare nuovamente estranei tra di noi.

Come ha affermato il professore della Kazakh-German University Rustam Burnashev, per 30 anni i paesi dell’Asia centrale non sono stati in grado di stabilire relazioni nel campo della sicurezza regionale. Ma a suo avviso, il fallimento è proprio perché questi paesi non hanno avuto conflitti importanti. Ha detto:

Non si è mai creata l’esigenza di cooperare. Se, per esempio, il Kirghizistan e il Tagikistan entrassero in una fase di conflitto violento, allora sarebbe immediatamente necessaria la cooperazione regionale. Finché non si presentano occasioni di tale gravità, vivremo tutti al sicuro nel nostro ‘buco’.

Burnashev ritiene che l’Uzbekistan oggi stia costruendo il suo ideale di Asia centrale, ma si presentano due problematiche impreviste. Spiega:

Il primo è rafforzare i legami con l’Afghanistan: non tiene più le distanze e comincia a vederlo come un’opportunità. L’Uzbekistan è un ponte verso l’Asia meridionale e il Medio Oriente. Esistono ancora collegamenti con l’Iran. Ciò fornisce all’Uzbekistan maggiori opportunità per entrare nel mercato mondiale ed espandere il proprio.

Il secondo punto è il cambiamento nella percezione della sicurezza. Burnashev dice:

La recente conferenza internazionale sull’Asia centrale e meridionale a Tashkent ha chiarito che per l’Uzbekistan il concetto di sicurezza va ora ben oltre la cosiddetta “sicurezza nuda” in quanto tale, ma si estende anche alla sicurezza degli esseri umani, dell’ambiente e dell’economia. Allo stesso tempo, l’Istituto di ricerca internazionale dell’Asia centrale nella capitale dell’Uzbekistan è stato ufficialmente messo in funzione.

In ogni caso, tutti gli esperti concordano sul fatto che il modello tradizionale di risoluzione del problema afghano stia diventando un ricordo del passato. Sergey Belyakov, professore alla Siberian School of Management, ha dichiarato:

L’Asia centrale ha bisogno di sviluppare un suo modo di risoluzione di questo problema e sviluppare una propria strategia. Forse l’idea di una potenziale espansione esterna dei talebani è un po’ esagerata, perché i Pashtun si concentrano principalmente sul controllo del proprio Paese. Ma in ogni caso, in quanto vicini dell’Afghanistan, abbiamo molti legami in comune, etnie in comune. Questo significa che una risposta pronta deve essere necessaria.

 

La normalizzazione talebana: meglio non scuotere l’albero

Andrei Chebotarev, direttore del Kazakhstan Center for Alternative Contemporary Research, ritiene che le vaghe prospettive di ulteriore sviluppo della situazione in Afghanistan abbiano oggettivamente stimolato i paesi dell’Asia centrale non solo a proseguire il processo di cooperazione multilaterale intraregionale avviato nel 2018, ma anche ad accelerare il processo di instaurazione di meccanismi di coordinamento e azione.

Ha sottolineato:

Il punto centrale della questione riguarda la sicurezza della regione. La base giuridica di questi accordi risale già al 2000, ma non è mai stato attuato concretamente il Trattato per combattere il terrorismo, l’estremismo politico e religioso, la criminalità organizzata transnazionale e altre minacce alla stabilità e alla sicurezza. I suoi firmatari sono Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Uzbekistan. Questi paesi potrebbero da subito avviare discussioni di cooperazione nell’ambito di questo documento e invitare il Turkmenistan ad aderire.

Un altro aspetto, sostiene Chebotarev, riguarda il fatto che le controversie nei rapporti bilaterali tra le varie nazioni dell’Asia centrale potrebbero ostacolare questo processo di integrazione.

Soprattutto i problemi irrisolti di confine. In questo caso, è meglio che i paesi della regione considerino e discutano l’istituzione di un meccanismo di mediazione congiunto per facilitare la risoluzione di determinate controversie e conflitti. Questo potrebbe avvicinare i cinque paesi.

Anche Doron Aben, ricercatore presso l’Accademia delle scienze eurasiatica, si trova d’accordo con questa interpretazione. Ha affermato:

La normalizzazione della situazione in Afghanistan è nell’interesse di tutte le parti. Pertanto, nella realtà attuale, è necessario prestare attenzione, in modo pragmatico, alla cooperazione tra Uzbekistan e Kazakistan, che sono i principali attori in questo. Quando il bacino idrico di Saldoba è crollato e l’acqua si è riversata in Kazakistan, le due parti hanno dato l’esempio di come sia possibile cooperare in una situazione di emergenza. L’Uzbekistan ha contribuito alle operazioni postcrisi e al risarcimento dei danni al Kazakistan. Allo stesso tempo, le due parti stanno risolvendo la questione della creazione di un centro di cooperazione internazionale transfrontaliera al confine tra i due paesi. In altre parole, «possiamo cooperare e abbiamo il potenziale di cooperare».

Anche l’analista Zamir Karazhanov tende a credere che la situazione non sia così grave. Ha detto:

In generale ci sono pochissime regioni al mondo che si stanno integrando e hanno gli stessi obiettivi e interessi. Per esempio, quando è comparsa la crisi del debito e i relativi problemi in Europa, c’era persino una tendenza a dividersi, non è un’organizzazione o un’associazione perfetta. I problemi esistono e l’attenzione deve andare su come superarli. Questo potrebbe essere l’indicatore più importante di integrazione e regionalizzazione.

L’esperto ha sottolineato che l’Afghanistan è oggi uno dei motori principali di questa tendenza. Sebbene in linea di principio l’Afghanistan influisca da 30 anni sui paesi postsovietici della regione, anche solo perché questi ultimi non hanno accesso ai porti del Sud, dell’Oceano Indiano, del Pakistan e dell’India. Karazhanov ha dichiarato:

Tutti capiscono che i Talebani influiscono sulla stabilità dell’Afghanistan. Forse, con i talebani che finalmente saliranno al potere, la situazione in Afghanistan tornerà alla normalità. Se sia possibile negoziare con loro o meno non è ancora certo, ma sappiamo bene che sono tanti gli obbiettivi e interessi comuni. Tuttavia, l’attuazione di questi progetti è possibile solo se sarà garantita la sicurezza della regione. In Afghanistan, dobbiamo trovare il male minore.

Nel frattempo, Karazhanov confida nel fatto che i paesi dell’Asia centrale possono creare dei forti legami di cooperazione. E conclude:

Tutti sono paesi senza sbocco sul mare. È come un albero con degli uccelli posati sopra: meglio non scuoterlo, altrimenti voleranno tutti via.