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  • Trompe l'oeil che nascond eil cantiere di restauro del Palazzo Darul Aman

Il nastro si riavvolge…

«La memoria che collega il passato e il presente ha molti linguaggi, molti suoni: non solo oralità e scrittura, tradizioni famigliari e letteratura, ma anche inglese e italiano [non solo articoli strutturati e reportage che in questo Studium riportiamo, ma narrazioni di prima mano, N.d.R.], e altre lingue dell’area indopersiana. Ma anche, infine, la musica. Musica in cassetta trasmessa dagli autisti con gli altoparlanti, musica indiana, “canzoni d’amore, allegre”, canzoni pashtun, canzoni afgane con strumenti a corde tradizionali afgani. “La musica che si ascoltava quarant’anni fa” [altri nastri che si riavvolgono affastellandosi, N.d.R.] e che piace anche a molti giovani, la musica recente e attuale, che a volte trae le parole delle canzoni da antichi poemi persiani. Tutto un mondo di suoni condiviso da molti giovani e non solo, che parla di scambi pacifici e creativi, mentre al “tempo dei Talebani c’erano canzoni, ma solo la voce, non la musica e gli strumenti, parlavano solo di religione e dell’Islam. C’era un programma radiofonico, ma trasmetteva solo discorsi religiosi, era Radio Shar’ia: parlava del Corano, parlava solo di storie islamiche, ma non di amore, proprio niente”»
Così nel 2009 Luisa Passerini scriveva nella prefazione a “Mi brucia il cuore! Viaggio di un Hazara in Afghanistan, e ritorno”, il virgolettato era il racconto di Hussain Nazari, il giovane afgano tornato con la missione di scortare la madre in salvo a Quetta, Pakistan.

Il trompe l’œil in copertina copre il restauro del Palazzo Darul Aman, «nel cortile del Museo Nazionale dell’Afghanistan» (la didascalia di Seyf Karimi quando ci ha inviato lo scatto del 9 agosto 2021) a Kabul, di fronte al parlamento e da quanto ci racconta questo amico hazara rientrato nella capitale afgana per procurarsi documenti e che mette il suo occhio fotografico al servizio del tentativo di capire la situazione attuale; forse quando sarà concluso il cantiere – dietro a cui Talebani e protagonisti delle realtà locali e stranieri stanno intessendo le loro trame – e si scoprirà quale nuovo impianto di potere e traffici verrà dato al territorio, solo allora – a polverone abbassato e sipario chiuso sullo spettacolo degli scontri che hanno portato i Talebani a occupare tutti i centri urbani principali con un Blitzkrieg così incontrastato da far pensare che ne siano complici tutti – probabilmente sarà più chiara la distanza dai precedenti governi, compreso quello talebano degli anni Novanta, e la direzione intrapresa nella quale si svilupperà il futuro degli afgani…

A nemmeno un mese il polverone è in parte abbassato e il paesaggio è lugubre…

Kabul, 9 settembre 2021 – foto di Seyf Karimi

80%

Avanzamento

… Kabul, anno -zero

Il nastro ha completato il riavvolgimento e folgorante il titolo de “il manifesto” lo ha descritto: Talequali,

“Tel Quel” era una rivista francese di intellettuali poststrutturalisti degli anni Sessanta e Settanta e nel titolo dell’altro ieri l’assonanza fonde con amara ironia la radice Talebana con la ripresa di quello che rappresentavano e imponevano trent’anni fa le stesse identiche persone, con la medesima arroganza, gli stessi modi, le identiche convinzioni oscurantiste.

Tali e quali, Talebani. Il fascismo in salsa clanica, il patriarcato più retrivo.

Ma proprio quegli studiosi di “Tel-Quel” non avrebbero fatto lo stesso errore di guardarsi bene dallo sgravarsi delle proprie sovrastrutture compiuto dagli occidentali piombati a occupare lungo un ventennio un territorio non loro, saccheggiandolo e rendendosi invisi con torture, stupri, uccisioni, bombardamenti… traffici di armi, droga, beni sottopagati, sfruttamento.

“Tel-Quel” era fusione della più raffinata ricerca letteraria filosofica semiologica e aggiungerei antropologica, perché sicuramente avrebbe tenuto conto di come era indispensabile relazionarsi con una cultura così diversa. Avrebbero magari fatto l’errore opposto, da quegli inguaribili colonizzatori europei: cercando di evitare di sostituire le mentalità europee, sarebbero arrivati a condizionare comunque le soluzioni claniche che privilegiano la scorciatoia della sharia: è più facile, immediato (e poi si è sempre fatto così) lapidare un’adultera o presunta tale, piuttosto che andare a vedere in punta di diritto chi può educare il figlio della separazione e magari regolare rapporti con la famiglia dell’altro coniuge vantaggiosi per entrambi i clan; o forse svantaggiosi per chi ha subito il furto di una pecora… certo, è più facile – come decreterà Haqqani – tagliare una mano piuttosto che tentare di comporre una disputa che rischia invece meccanismi da faida famigliare.

Fa gioco ai maschi anziani dei clan usare un modello buono per tutte le occasioni nel villaggio, ma inservibile nella metropoli e allora si impone la sharia a tutti senza discussione (per proteggere le donne gli stessi impreparati a un confronto con loro e quindi potenziali violentatori, le rinchiudono: lo stesso meccanismo del pizzo mafioso, millantare una protezione non richiesta, perché al limite il pericolo proviene dal protettore), ma questa è una scorciatoia accettabile per tutte le comunità della galassia afgana, come di qualunque patriarcato. Così si continua a orchestrare il destino e il futuro di tutti, adulti o futuri adulti… come sia possibile nel 2021? Il Pakistan è una potenza nucleare ed è l’emissario degli Usa nella regione.

E così si arriva alla Kabul anno -zero del titolo, perché non si ricava dalle macerie di Berlino una palingenesi rinnovata, ma si infigge alle macerie di Kabul un percorso di oscurantismo tradizionalista

Considerare tutti sudditi, bambini da educare in madrase a codici basici ed elementari.

Non si scardinano secoli di soluzioni sbrigative – e facilmente riproducibili in eterno – che verrebbero inficiate dalla messa in discussione di una singola parvenza di libertà femminile, perché ogni deroga può aprire un buco nella diga eretta dal patriarcato; e tanto meno si può immaginare di aiutare le donne a emanciparsi dal giogo del clan con una guerra che riduce invece il paese nello stato in cui Rossellini fotografò la Germania distrutta dal passaggio attraverso l’incubo del Terzo Reich… solo che il grado zero afgano è all’opposto, ribaltato: quella finestra è chiusa e inquadra il ritorno dell’oscurantismo nazi-pakistano ordito dall’amministrazione di Trump e sancito da quella di Biden con la complicità del mondo che ha lasciato soli i ragazzini di queste foto di Seyf, scattate nella mattina del 9 settembre 2021.

Il ruolo del Pakistan

Il Pakistan è uno dei paesi che maggiormente vanno all’incasso di questa strategia iperconservatrice che chiude un ventennio proiettato alla chiusura a ogni emancipazione e all‘apertura degli accordi economici e di governance dell’area a scapito dei civili. Il sospetto che a Doha nel febbraio 2020 Washington avesse demandato a Islamabad di gestire i propri interessi era confermato dalla rapidità con cui Biden si è sfilato; ma la certezza si è avuta con l‘arrivo di Faiz Hammed a Kabul: il capo dell’intelligence pakistana dà le dritte ai miliziani per azzerare la resistenza armata. La spartizione vede le peggiori democrature in prima fila: Turchia, con il suo bancomat Qatar, tollerata dagli islamici, ma soprattutto il Pakistan che comprende in sé il jihadismo e le ambizioni religiose... forse meno quelle nazionaliste dei pashtun che vorrebbero in realtà ottenere l‘indipendenza del loro territorio, che per metà si trova a est della Durand Line e per metà si trova a ovest di quel segno coloniale. E poi c’è quel 40 per cento non pashtun che abita da sempre gli stessi territori... Se ci poniamo la domanda se i Talebani siano strumenti pakistani, allora diventa importante tentare di cogliere il fulcro pakistano della vicenda afgana a partire dalle mire (il Kashmir, la disputa con gli odiati indiani...) e dalla realtà interna alla Nazione dei Puri. Beniamino Natale ci permette di entrare in quel mondo censurato, oppresso, militarizzato... centralizzato. Le ambiguità (bin Laden!), il doppiogiochismo, le illusioni di sviluppo e sfruttamento del territorio, l‘espansionismo; la convenienza e lo sfruttamento dell’emergenza migratoria per ricavare il più possibile. Ma non si può capire il Pakistan attuale che occupa – anche per conto di Pechino, non solo per gli accordi con gli Usa – il vicino che ha sempre considerato sua proprietà senza gettare uno sguardo sul suo passato...

Tempo fa, in occasione della stesura del libro La Grande Illusione (Rosenberg&Sellier, 2019) a cura dello stesso Emanuele Giordana, ci eravamo posti insieme a lui il problema etico della pubblicazione di un’immagine d’autore in copertina che raffigurava dei bambini di Kabul intorno a un carro armato sovietico abbandonato, in un tempo di “pace”, e ci pareva di manipolare l’emotività del lettore con un messaggio retorico e di applicare così un approccio deviato al senso del libro che stavamo dando alle stampe.

Ieri, 18 agosto, @Faraydun Karimi ci invia da una Kabul ben lontana dalla pace una breve sequenza di una quotidianità – bambini che smontano una jeep abbandonata – in cui, ci dice con tristezza l’autore delle riprese, si teme la guerra civile.


Emanuele Giordana ha raccontato sulle pagine di Lettera22 l’evoluzione delle diverse anime del movimento degli studenti coranici. Riportiamo qui il testo integrale del suo intervento apparso anche su “il manifesto” e “Atlante delle guerre”.

Talebani vent’anni dopo. Un movimento con più anime

Un racconto lungo due decenni che inizia con l’ascesa degli studenti coranici. Sono cambiati? Sono omogenei? Come pensano di gestire le loro relazioni internazionali? Che rapporto c’è tra una raffinata cupola politica e le bande sul terreno?

Nel V anno dalla proclamazione dell’Emirato islamico dell’Afghanistan, un fokker delle Nazioni Unite ci portò a Jalalabad, uno dei pochi ingressi nel Paese che mullah Omar governava da Kandahar, la città più tradizionalista del Paese dove Omar era nato e aveva fondato il movimento degli studenti coranici. Era l’anno 2000, ventun anni fa. Le formalità doganali venivano espletate da due ragazzi col kalashnikov che non sapevano né leggere né scrivere sulla pista di un malconcio aeroporto assolato dove stazionava un Dc-10 dell’Ariana, la vecchia compagnia di bandiera. Aveva i finestrini oscurati ma, sbirciando tra gli scatoloni che ne venivano scaricati, notammo i brand occidentali di radio o televisori che venivano dal Golfo. Allora, quando attraversammo un Paese in sfacelo, senza più strade e dove si erano rubati tutti i fili di rame dell’elettricità, solo Pakistan, EAU e Arabia Saudita avevano riconosciuto l’emirato scalcinato che a Kandahar contava su un solo telefono pubblico e in cui le strade erano pattugliate dai pickup, la chiave della rapida avanzata talebana dal Pakistan verso Jalalabad e poi sempre più all’interno del Paese.

Oggi le cose sono cambiate. E non solo perché i pickup hanno cilindrate più potenti o perché ogni combattente ha un telefonino. Quell’emirato di rozzi contadini allevati nei campi profughi del Pakistan, cui la riscossa religiosa pareva anche la riconquista di una dignità, non è più così anche se non sappiamo esattamente cosa sarà. Né il vertice politico dei talebani odierni è lo stesso di allora, disposto ad accontentarsi del riconoscimento internazionale di soli tre Paesi o dei soldi di un bin Laden, motivo per il quale i nazionalisti pashtun di Omar avevano accettato di buon grado il facoltoso ideologo saudita.

Che non siano più gli stessi lo si capisce, per partire dalla guerra, dalla capillare rete di intelligence costruita mentre si negoziava a Doha con gli americani o, osserva qualcuno, da anni. Un rete sotterranea così segreta da sfuggire alle occhiute agenzie americane che non ne avevano probabilmente contezza. Una rete che preparava non solo la guerra guerreggiata ma quella, meno sanguinaria e meno impegnativa, dell’accordo sottobanco. Con governatori, capi villaggio, colonnelli e capitani. Gioco facile con un esercito governativo, sappiamo oggi con certezza, tenuto per mesi senza stipendio nonostante i miliardi iniettati dai consiglieri militari occidentali che, evidentemente, si sono per anni accontentati di resoconti di carta che non rispondevano alla realtà del terreno: quella di salari non pagati, di benzina rubata, di soldati fantasma a libro paga di un governo corrotto che ha già visto scappare all’estero ministri e funzionari (solo ieri l’agenzia Pajhwok ha reso noto il furto di 40 milioni di afganis dal Ministero dello Sviluppo Urbano e di 273 milioni pagati illegalmente a due società per un progetto solo sulla carta).

La costruzione di questa rete sofisticata, una delle ragioni della rapida vittoria talebana, dice dunque di una leadership sofisticata, non solo tecnologicamente. Negli anni questa leadership ha tentato di smarcarsi dal marchio pashtun sul movimento e ha persino tentato di dimostrarsi attenta ai bisogni delle donne, concedendo persino di aver fatto in passato degli errori. Una strada che sembra aprire in due direzioni: quella della ricerca del consenso interno in un mondo, soprattutto urbano, radicalmente cambiato. E quella del rendersi accettabili a un consesso da cui non si può esser più tagliati fuori. I Talebani di oggi, che sottolineano più del Corano una guerra fatta per l’indipendenza, non possono accettare che sia solo il Pakistan l’unico padrino da cui dipendere. Ecco dunque che le aperture di cinesi o russi (che non sono una novità) sono ben accette così come la possibilità che il loro regime sia sì un regime, ma non del terrore.

Ma ammesso e non concesso che la leadership sia davvero cambiata, il che resta da dimostrare, qual è la distanza tra il vertice e i soldati della cui brutalità abbiamo già notizia? E quale può essere il prezzo che il vertice dovrà pagare ai capi bastone che hanno consentito la rapida conquista? I prossimi giorni diranno subito se si scatenerà, come tutti temiamo e come i locali ci raccontano, lo stillicidio della vendetta e della caccia al collaborazionista, o se, almeno di facciata, l’Emirato non voglia mostrarsi al mondo come un governo conservatore ma non solo di efferati aguzzini. [Emanuele Giordana]


E le voci che giungono dalla diaspora afgana in Occidente si chiedono: è meglio trattare o isolare i Talebani prima di riconoscere l’Emirato proclamato?

Sarà ancora possibile vietare il ballo?

Vent’anni di lutti, torture, attentati, bombe e madri di tutte le bombe, governi e corruzione, traffici di vario tipo e tentativi di riconvertire, investire nel nuovo sono destinate a venire azzerate, riportando il tempo dell’Afghanistan alla solita casella iniziale con gli stessi Signori della guerra, le stesse dispute tribali… la stessa musica, quella proibita dai Talebani?

Sopra i tetti di Kabul

Kabul, 7 agosto 2021, bambina hazara danza su un tetto

Si registrano scontri e bombardamenti nelle province attaccate dai Talebani, che si appropriano di intere province, perché l’esercito – che sarebbe sulla carta molto più preparato, numeroso ed equipaggiato – addestrato dagli americani implode davanti alle consuete motociclette dell’immaginario Talebano, come l’esercito iracheno si è sciolto davanti alle orde di tagliagole dell’Isis. Probabilmente ciò avviene perché l’incapacità dell’esercito più tecnologico del mondo ad affrontare la guerriglia (fin dal Vietnam) si ripercuote sui reparti che ha addestrato malamente e in modo inadeguato.

Infatti Herat in un primo tempo aveva respinto l’aggressione soltanto grazie alle milizie di Ismail Khan, nato nel 1946, sciita di etnia tajika, mujahedin contro l’Armata Rossa, poi Signore della guerra, ex governatore della provincia fino al 2004 (rimosso da Karzai), molto stimato localmente, anche perché aveva gestito i proventi doganali del confine iraniano investendoli sul territorio di Herat. Probabilmente solo con queste benemerenze e la preparazione ad affrontare i jihadisti si poteva affrontare la resistibile spinta talebana.

Intanto la vita a Kabul scorreva normalmente all’inizio di agosto.

Nessuno qui a Kabul ha paura dei Talebani (9 agosto) I talebani hanno annunciato che le ragazze senza marito devono sposarsi con i talebani Le persone sono molto preoccupate della situazione soprattutto le donne e le ragazze giovani La burca che una volta indossavano le donne afgane, ora introvabile, costa un sacco di soldi si preparano a indossare di nuovo la famosa burca (14 agosto)

Kabul, 9 agosto 2021, venditori di uva proveniente dall’Hellmand.
La via verso Ghazni e Kandahar era ancora aperta e praticabile.

[scatti @Faraydun Karimi]

L’impressione di Seyf che riportavamo nel primo titolo nasceva da una osservazione diretta dello svolgimento normale della caotica vita kabulina del 9 agosto ed è documentata dalle prime foto che ci ha inviato del suo soggiorno nella capitale. Coincide con l’idea che, controcorrente, si è fatto Emanuele Giordana della potenziale evoluzione susseguente alla fine della ennesima nociva occupazione straniera. Ovvero: la consapevolezza che il consesso civile degli afgani – modificato nel suo sentire comune dal ventennio trascorso con contatti e diaspora, esperienze e vicissitudini, accordi improbabili e conferenze di pace alternate a preparazioni di guerre – non permetterà una riedizione dell’oscurantismo che tutti paventano a fronte delle occupazioni spettacolari di città periferiche e importanti per il controllo dei commerci, ma che difficilmente potranno essere definitive senza il consenso delle comunità locali, così profondamente caratterizzate tribalmente; a meno che le donne s’infilino la testa nella burca prima che venga imposto l’obbligo, come suggeriscono gli altri titoli che sono andati a modificare l’impressione iniziale.

Nel paese centrale in Asia gli interessi sono tanti dunque... agli eserciti degli imperi conviene eclissarsi ma... ... il gioco non finisce

In questo contesto diventa importante riuscire a tracciare quali possono essere gli interessi esterni dei paesi limitrofi o delle grandi potenze che si insinuano nel vuoto lasciato dall’occupazione militare della Nato e così capire quali accordi riusciranno a stipulare i vari concorrenti al controllo del territorio.

Ciascuna delle grandi potenze sta perseguendo una strategia, in base anche e soprattutto alle proprie aspettative; e sia i Talebani, sia i Signori della guerra locali (sempre gli stessi del conflitto precedente), sia il governo di Kabul si disponevano a proporsi come interlocutori della spartizione.

Il mare di Astana: il Mediterraneo
Sabrina Moles

Due paesi che guardano con molto interesse alla nuova situazione del paese che fa da cerniera tra Oriente, in fattispecie quella Cina confinante con il Corridoio di Wakhan, e Occidente – di cui la Turchia svolge ormai da decenni il ruolo di mediatore, collocandosi nella Nato, ma con cultura e religione legata a quelle nazioni del Centrasia particolarmente allarmate dalla ascesa nuovamente di una realtà jihadista alle frontiere.

Prontamente due esperti analisti di Turchia (Murat Cinar – giornalista turco) e Cina (Sabrina Moles – redattrice di “China Files”) hanno dato luogo a questo dialogo su quale possa essere il ruolo delle due potenze nella aggrovigliata vicenda afgana e ci hanno gentilmente concesso di riprendere in questo dossier dove affastelliamo i materiali più interessanti che troviamo per elaborare un’opinione il più possibile completa del Great Game che sottende ai traffici più o meno legali e alla conferma di appalti e gestioni di infrastrutture. 

Ma come si descrivevano l’Afghanistan e le sue speranze residue prima che gli accordi tra potenze, scatenati da strategie della Casa Bianca come al solito prive di visione globale e rispondenti soltanto a criteri meramente elettorali di politica interna, si spartissero le risorse e il territorio afgano scatenando lo spettacolo del ritorno dell’oscurantismo sulla popolazione (unico soggetto non protagonista della macchinazione spartitoria) a cui mai è stato concesso di operare scelte, perché gli americani erano intenti allo stesso saccheggio per diritto di occupazione?

Era il 21 ottobre 2020, a un anno esatto dalla pubblicazione del bel libro di Emanuele Giordana La Grande Illusione (Rosenberg & Sellier, 2019) quando lo scrittore e giornalista da quarant’anni divulgatore della passione per l’Afghanistan incontrava Murat Cinar sul suo divano che “inquadra” con semplicità nazioni che salgono alla ribalta geopolitica senza che i più sappiano collocarli sullo scacchiere internazionale.

Abbiamo registrato a metà luglio nella trasmissione radiofonica Bastioni di Orione di Radio Blackout a più voci tre punti di vista sul rebus afgano, tre spunti di analisti degli affari internazionali, ognuno a partire dal proprio ambito di competenza, intrecciando i discorsi laddove andavano a sovrapporsi.

“Passaggio afgano”.

Da questi stessi protagonisti della diretta radiofonica i concetti sono stati sviluppati, ampliati e argomentati in tre articoli utili per comprendere meglio su quali basi erano già stati stipulati accordi che tutelavano le potenze da possibili perdite di posizione con l’avvento dei Talebani… solo gli afgani non hanno partecipato a nessun vertice. E quindi sono alla mercé degli studenti coranici.

13 luglio 2021. Afghanistan interno dell’esterno dell’interno

Emanuele Giordana ha una conoscenza pluridecennale delle sensibilità della zona e il suo approccio ci pare coerente con l’interpretazione più plausibile delle strategie normalmente messe in atto dai contendenti. Infatti per quanto i Talebani possano occupare territori periferici e snodi comunicativi (siano essi infrastrutture stradali, siano i canali della spettacolarizzazione mediatica); benché quasi senza colpo ferire s’introducano in città come Kunduz e combattano per appropriarsi di Lashkar-gah e si avvicinino a Mazar-i-Sharif, difficilmente potranno esercitare il potere e mantenerlo in centri così abitati, luoghi tanto ostili come il Nord del paese – per quanto siano stati rifugio dei veterani dell’Isis, potenziali truppe uzbeke e tajike a supporto dell’occupazione dei distretti di confine –, soprattutto se la popolazione, come ci testimonia Seyf da Kabul (che commenta, entusiasta – lui laicissimo –, notti segnate da alti «Allah Akbar» lanciati dai tetti della capitale contro i Talebani; gli stessi che anche Giuliano Battiston nei suoi articoli su “il manifesto” e “Lettera22” segnala), non intende avvallare la presa del potere da parte di una fazione così oscurantista.

La zona delle operazioni talebane di inizio agosto e delle esercitazioni russe terminate il 10 agosto

Yurii Colombo ci parla da esperto del mondo che orbita attorno agli interessi di Mosca, che nell’infuocato agosto dell’Asia centrale è impegnata in esercitazioni a ridosso di un confine blindato dai Talebani, in particolare quell’area settentrionale storicamente tajika – e dunque alleata dei russi – attraverso cui scorrono i traffici più importanti di merci legali o meno. Meno di 100 chilometri costituiscono il confine afgano/tajiko, ma sono importantissimi, da difendere mostrando apparati militari agguerriti, ma anche con mosse diplomatiche come accogliere una delegazione talebana a livello istituzionale, nonostante sia una organizzazione illegale a Mosca. Ma anche il resto della galassia dei paesi centrasiatici è preoccupato al punto da chiudere i valichi di frontiera turkmeni e uzbeki (riferimenti ancora adesso per i Signori della guerra come l’inaffidabile Dostum, di origine uzbeka, cresciuto nell’Armata Rossa e protagonista di infinite sgradevoli giravolte)

L’intervento di Sabrina Moles ci torna utile per inquadrare i primi passi cinesi ai confini dell’Afghanistan, un confine condiviso anche in questo caso per meno di 100 chilometri, ma una linea molto importante sia per la Via della Seta di Xi (Belt Road Initiative), sia per il contenimento degli uyguri, che abitano proprio le terre confinanti dell’Hindu Kush, sia geopoliticamente perché le alleanze – e segnatamente quella con il Pakistan, arcinemico della comune rivale India – evidenziano le differenti fazioni e le possibili noncuranze tra potenze con ambiti di interesse differenti. E anche nel caso dello sguardo orientale emerge una sofferenza di una comunità tra quelle che costituiscono l’Afghanistan: il Kirghizistan è disponibile a conferire la nazionalità ai gruppi kirghizi appartenenti a quella cultura che venissero dislocati dalla manovra di “pulizia etnica” orchestrata dall’accordo sino-pachistano nel Corridoio: i profughi verrebbero sostituiti da realtà che possono agevolare il controllo dei commerci di quel territorio vitale per la Cina (e per il Pakistan)

Un interessante scambio tra punti cardinali di osservazione

I russi ancora scottati dalla avventura sovietica: hanno preferito identificarsi in uno dei protagonisti clanici, i tagiki, a cui Mosca ha promesso appoggio militare senza coinvolgimento diretto per ottenere una sorta di cuscinetto, che allontani dai confini russi i Talebani, che già controllano i confini lungo il fiume Amu Darya; però Yurii Colombo ricorda come la recente guerra caucasica al fianco degli armeni è stata un fallimento. E anche in questo caso Putin ha cominciato a cercare una qualche intesa con chi probabilmente controllerà l’Afghanistan: i Talebani pare abbiano cercato di monetizzare con i russi l’assicurazione che non attaccheranno i loro alleati.

2021-07-08_Baradar da Putin

Il leader talebano Mullah Abdul Ghani Baradar a Mosca per la conferenza di pace (8 luglio 2021)

Situazione militare a inizio agosto

La Sara Khitta

Ma qualche forma di scontro armato si è scatenata, come i nostri interlocutori, che potete ascoltare nel podcast, immaginavano, perché una guerra civile è richiesta dal business del traffico d’armi; ciò che è imponderabile era quanto sarebbe stata intensa, la durata e chi ne sarebbe stato coinvolto. Poi gli scontri armati sono divenuti guerra aperta (e forse gli americani non hanno voluto credere a chi limetteva sull’avviso, visti i tradimenti di tutti gli accordi siglati dai Talebani), anche per la presenza di una squadra d’élite come la Sara Khitta (Il Gruppo Rosso), addestrata come le truppe d’eccellenza dei più sofisticati eserciti mondiali; la loro base pare sia in Paktîkâ, la regione frontaliera orientale abitata da tribù pashtun che fanno capo alla famiglia Haqqani. il cui leader Sirajuddin è uno dei triumviri a capo dei talebani, quello più vicino ad al-Qaeda, secondo “Mediapart“. Questa forza speciale ha fatto la prima comparsa nel 2015 nell’Hellmand, ora è stata impiegata per attaccare le 5 principali città (Herat, Mazar, Kunduz, Kandahar, Ghazni), ma Bill Roggio su The Long War Journal considera che sia riduttivo comparare queste truppe ai commandos capaci di affrontare il nemico con regole d’ingaggio che prevedono il contatto, perché sono anche forze speciali, usate per occupare valichi e controllare vie di comunicazione.

Sala Khitta - Red Unit

Forze speciali talebane in addestramento con il capo Ammar Ibn Yasir, palesemente uno straniero pure lui come gli americani o i russi o l’impero britannico

Quale dibattito interno alle forze talebane e loro strategia

I Talebani hanno agito strategicamente attaccando le zone del Nord del paese mentre le forze governative sono dislocate maggiormente al Sud: interessante al proposito l’analisi di Antonio Giustozzi sull’evoluzione e le dinamiche interne all’organizzazione, i rapporti tra ala militare e politica, le relazioni con le famiglie e quanto sono diversi rispetto a vent’anni fa. Gli “studenti” islamici hanno occupato i posti di frontiera senza quasi colpo ferire, controllando il transito delle merci e così facendo un’azione di propaganda, come nel caso di Spin Boldak, il valico con il Pakistan; infine il traguardo dei negoziati di Doha comporta una corsa ad arrivarci in posizione di preminenza e dunque avendo fatto azioni di forza; eliminando il tappo della presenza militare straniera, si dà la stura alla violenza repressa scatenando la spirale. Si è venuto dunque a creare un garbuglio di interessi che va a detrimento soprattutto dei giovani.

Ma i Talebani dovranno presto affrontare due gravi problemi, uno interno e uno “esterno”. Quello interno: la conquista territoriale ha rafforzato la componente militare del movimento, che era stata abilmente condotta dal leader Haibatullah Akhundzada ad accettare la sua linea politica: accordo con Washington e mantenimento dei canali diplomatici. Ora che anche Kabul non è lontana dalle mire dei militanti, è da vedere chi prevarrà nel dettare la linea sul “che fare”. L’altro problema è più decisivo. Nella loro avanzata i Talebani hanno macinato territori su territori, ma hanno anche macinato e distrutto vite umane, raccolti estivi, contribuito a sradicare donne e bambini dalle loro case, innescato un’enorme spinta migratoria.

Continuano a dire ai cittadini e ai funzionari governativi di non preoccuparsi. Ma i resoconti delle loro conquiste – dai distretti periferici di Kandahar al distretto hazara di Malistan, nella provincia di Ghazni – sono infarciti di abusi, rappresaglie, omicidi mirati, documentati tra gli altri da Human Rights Watch e dall’Afghanistan Independent Human Rights Commission. Bravi a conquistare i territori, non gli afghani e le afghane. La cui vita è diventata ancora più vulnerabile di prima. La linea del fronte si è spostata dentro le città. A meno che non ci sia un cessate il fuoco, ha sostenuto Deborah Lyons, rappresentante speciale dell’Onu per l’Afghanistan, il risultato sarà «una catastrofe senza precedenti nella storia» [Giuliano Battiston, Schiaffo talebano all’ex Alleanza del Nord, “Lettera22”, 11 agosto, 2021]

I Talebani sono una forza retriva, reazionaria del paese, ma sono anche sottomessi al consenso nel paese, oggi: sanno di non avere popolarità, se non derivante dall’errata gestione di questi vent’anni di occupazione e di bombardamenti ed eccidi, perché il periodo del regime talebano fu di fame e stenti, oltreché di mancanza di diritti. E gli afgani non vogliono tornarci, perciò Emanuele Giordana si dichiara fiducioso nella pressione della cittadinanza per evitare la continuazione di 40 anni ininterrotti di guerra e che l’unica strada sia l’accordo di tutti gli afgani e si possono rilevare come passi in questa direzione una maggiore tolleranza da parte talebana del rispetto dei diritti delle donne, persino nelle zone da loro controllate, o l’apertura ad altre etnie diverse da quella pashtun. Ed è proprio la rottura di questa cappa clanica a poter rappresentare quel poco di buono che hanno rappresentato questi vent’anni di occupazione militare, se si immagina cosa ha potuto significare in termini di contaminazione culturale il contatto instauratosi tra le genti che hanno attraversato il territorio. Nonché gli afgani della diaspora, come il nostro Seyf e le sue istantanee.

Mercato a Kabul

9 agosto 2021, mercato kabulino di kote sangi mirwais maidan

La fibrillazione degli altri “stan” e l’allerta russo…

Emanuele Giordana ci ricorda come i russi già 3 anni fa, durante l’offensiva afgana avevano rafforzato i dispositivi di difesa tagiche; l’intento è duplice e mira anche a tenere fuori dai territori delle ex repubbliche sovietiche le basi americane. Peraltro anche per gli Usa l’intento è duplice: fa comodo poter dire che si ritirano dall’Afghanistan, puntando a interventi dalle navi dislocate strategicamente nel territorio per controllare il fronte sud dell’ex Urss, ma è pure importante il deterrente antiraniano.

Yurii Colombo tiene ad accendere un riflettore sui vari “stan”: in particolare Uzbekistan e Turkmenistan non hanno alcuna intenzione di rientrare sotto l’ombrello russo, e già non sono entrati nell’alleanza. Sono neutrali; e infatti Mosca ha già cercato di sensibilizzarli al pericolo talebano. Infatti proprio l’Uzbekistan ha già iniziato a trattare direttamente con i Talebani, ai quali – secondo Yurii – interessa per ora aprire falle e con i russi sembra ci stiano riuscendo, dopo l’invito a Mosca, le dichiarazioni e l’irritazione di Putin nei confronti del governo di Kabul.
Su questo si innesta anche il problema dei molti jihadisti coinvolti nella guerra siriana e nei tanti focolai di guerra che vedono l’utilizzo di mercenari alla ricerca di nuovi padroni; e se c’è stato uno scontro tra Talebani e militanti dell’Isis, i perdenti staranno cercando di riorganizzarsi (probabilmente in quella zona tagika che torna come luogo centrale in questa fase). E per Mosca questo è un problema molto sentito, visti gli episodi nei decenni scorsi di attentati islamisti – ceceni, ma anche ultimamente kirghizi – che hanno segnato la sensibilità alla sicurezza antijihadista di Mosca e dei suoi servizi.

La questione imperiale vede a seconda dell’approccio con occhiali moscoviti, han o dalla realtà afgana, impressioni che si differenziano molto: dalla considerazione russa che aveva secondo Yurii Colombo scarso interesse imperiale per il territorio afgano rispetto al Great Game dell’impero britannico o della grande partita sovietica della Guerra Fredda, fino alla Cina stessa che si andrebbe a posizionare su ancora altre forme di interesse rispetto all’invasione americana.

… e l’inserimento cinese, alleato del Pakistan filotalebano

Perciò nella discussione si inserisce Sabrina Moles, che riconosce come l’Afghanistan è stato coinvolto nella Belt Road Initiative solo tangenzialmente, proprio perché considerato instabile. La Cina ha preferito avvicinare il Pakistan che ora è un alleato particolare nella regione, di cui interessa nella logica cinese una stabilizzazione per poter fare affari. L’altro aspetto interessante è che il corridoio afgano condiviso con il territorio cinese si affaccia sulle estreme propaggini dello Xinjiang, territori a ovest del Taklimakan, di grandi mercati interetnici… nazione uygura, con cui i Talebani sono stati invitati a tagliare i ponti in cambio del riconoscimento della loro autorevolezza a riempire il vuoto di potere lasciato dal ritiro americano in presenza di un governo fantoccio che è ancora più debole di quello di Najibullah, lasciato a suo tempo dai sovietici.

Delegazione talebana al completo per ottenere l’appoggio della Cina in cambio di affari e della rinuncia alla diffusione del jihad in Xinjiang

La provocazione di Emanuele Giordana a proposito dei cinesi è un augurio che davvero decidano di occuparsi dell’area afgana e in buona misura lo hanno già fatto con dei contratti capestro: i cinesi si sono accaparrati risorse, miniere e possono contrapporsi a tutti gli altri protagonisti, rispetto ai quali ha una sostanziale differenza: non prediligono la via militare per il controllo del territorio; poi non hanno remore a trattare con chi detiene il potere, chiunque egli sia. Persino i Talebani. Il principio è sempre quello improntato a “commercio e modernizzazione economico-infrastrutturale”, come ben spiegato da Giulia Sciorati su “China Files” (Cinastan3 – Quale Cina nell’Afghanistan post-statunitense?): «La Cina continua a supportare una soluzione politica e non militare al conflitto afghano, proponendosi ciclicamente come ospite degli incontri di dialogo tra il governo afghano e le forze talebane … Se, dal punto di vista cinese, il processo di pace rimane “a guida e proprietà afghana,” l’Organizzazione di Shanghai per la Cooperazione (SCO) è identificata come l’organismo multilaterale attraverso cui preservare la stabilità regionale, ed è proprio la SCO che Pechino vorrebbe ricoprisse un ruolo più centrale nelle vicende afghane. Come ricordano i ricercatori Niva Yau e Raffaello Pantucci, rispettivamente della OSCE Academy di Bishkek in Kirghizistan e della Scuola di Studi Internazionali S. Rajaratnam di Singapore, l’atteggiamento scelto dalla Cina nella gestione della questione afghana post-statunitense – sostanzialmente limitato e ancorato a questioni di sicurezza interna – non tiene conto di quelle che sono, invece, le aspettative dei paesi centrasiatici che accoglierebbero di buon grado una Cina “con un ruolo più lungimirante e sostanziale in Afghanistan”».

Zhang Jiadong scriveva il 6 luglio su “Global Times” che, «rispetto ad altre potenze, la Cina ha l’opportunità di partecipare agli affari afghani senza impantanarvisi».

Yurii Colombo è perplesso riguardo alla possibilità che si possa arrivare a una reale alleanza tra Russia e Cina, venuta meno negli scontri tra le due potenze comuniste degli anni Sessanta. Anche Sabrina concorda, seppure proprio riguardo al rapporto con gli “stan” si potrebbe individuare una sorta di organismo di sicurezza accomunante Mosca e Pechino, solo che attraverso la Shanghai Cooperation Organisation la Cina tende a essere egemone con i semplici fini di controllo dei confini e di estensione degli affari. Mentre i governi laici delle ex repubbliche sovietiche centrasiatiche assoldano guerriglieri uyguri in funzione antitalebana.
Un ultimo aspetto riprende il ruolo specifico del Pakistan nel contesto afgano che Sabrina conferma esistere realmente come collaborazione con Pechino, benché Islamabad abbia proprio in questi mesi convulsi dialogato riguardo alla Bri sul confine afgano con entità non istituzionali; l’interesse deriva anche dall’ingombrante presenza dell’India e dall’importanza del corridoio sino-pachistano con interessi per 62 miliardi.

Come riportato da Fabrizio Poggi su “Contropiano” in un articolo chiarificatore, comparso il 7 agosto:

«Sulla questione dell’Afghanistan, Delhi è preoccupata per il fattore islamista, soprattutto se i talebani prenderanno il potere: un pericolo esterno e interno, dato dal Pakistan e dall’ex stato di Jammu e Kashmir, trasformato in territorio federale nel 2019. Qui, sostiene Vladimir Pavlenko (“IA Rex”), gli interessi dell’India, da un lato, convergono con quelli russi e cinesi (destabilizzazione islamista in Asia centrale e Xinjiang); dall’altro, sono in conflitto con gli interessi USA. Delhi non dimentica che è stato l’intervento Usa in Afghanistan a creare questa situazione di crisi nella regione. E, però, si trova stretta da due lati: da una parte, la cooperazione con gli Stati Uniti nell’ambito del QSD; dall’altra, gli interessi comuni con Mosca, Pechino e Islamabad nella SCO, in cui l’Afghanistan è inserito come osservatore. Anche solo così, conclude Pavlenko, “la SCO è un meccanismo molto più affidabile, che non la partnership “Indo-Pacifico” con gli Stati Uniti”: dipende dall’India la “scelta tra consolidamento eurasiatico, trasformando la SCO in strumento di congiunzione transcontinentale di Ueea (Unione economica euroasiatica) e Belt and Road, e la scissione dell’Eurasia: più precisamente, la separazione e la rinascita dei “limitrofi”, ora usati da forze esterne per aumentare la tensione”».

E poi: «Secondo Mohammed Ayoob, che ne scriveva il 2 agosto sull’australiano “The Strategist”, l’unico paese scontento dell’uscita Usa dall’Afghanistan sarebbe proprio l’India, mentre Pakistan e Cina si preparerebbero a colmare il vuoto e Russia e Iran, sebbene temano i talebani, sarebbero contenti della mossa Usa».

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Sabrina Moles