Iraq: la rabbia dei giovani non si ferma con i proiettili

Kamal Chomani

L’anno scorso migliaia di iracheni scesero in strada per protestare contro la corruzione delle istituzioni. Le proteste erano guidate soprattutto dai giovani, una generazione cresciuta con TikTok e PUBG e altri social media che intendeva ricordare ai partiti politici al potere e ai loro leader che il potere era nelle loro mani, non nella fortezza costituita dalla Green Zone.

Le rivendicazioni riguardavano disoccupazione, incompetenza del governo, mancanza di servizi, corruzione endemica, la presenza di milizie armate e la diffusione crescente della povertà nel paese. La popolazione irachena è giovane, il 37,2 per cento sotto i 14 anni, il 19,8% tra i 15 e il 24 per cento. Questa nuova generazione costituisce circa il 60 per cento della popolazione totale e i suoi sogni, le aspirazioni e la realtà sono completamente diversi da quelli della generazione precedente. Non ricordano la brutalità del regime precedente o i crimini perpetrati contro famiglie e amici – ricordano e parlano dei crimini e delle atrocità che hanno conosciuto dal 2003 in poi; sono pieni di rabbia contro l’1 per cento della popolazione che ha razziato le ricchezze del loro paese.

L’Iraq dopo il 2003

L’Iraq non era capace di instaurare una democrazia efficiente o una prosperità economica dopo la caduta di Saddam Hussein. Piuttosto, dopo il 2003 il paese è stato imbrigliato nella corruzione, nel settarismo, nei processi di privatizzazione, nella cleptocrazia e nel potere dei gruppi armati. Nonostante questo, il popolo iracheno si è dimostrato resiliente, si è assistito a un cambio della guardia ai vertici, alla nascita di nuove piattaforme mediatiche pubbliche, di organizzazioni della società civile e in qualche misura anche di un sistema politico pluralista.

La rabbia pubblica affonda le proprie radici nella mancanza di fiducia nel processo politico. Si richiedono elezioni libere e giuste. I politici sunniti, curdi e sciiti hanno continuato a fomentare un sentimento nazionalista e settario per ottenere legittimazione e di conseguenza consolidare il proprio potere, ma i giovani si sono stufati di queste vuote istanze di fronte a una strutturale povertà.

La realtà economica e la corruzione

La rendita di posizione del sistema economico iracheno basata sul petrolio ha devastato l’economia e la dipendenza da questa materia prima per appianare il bilancio di stato ha rafforzato i gruppi armati, depauperato le finanze pubbliche e reso irrisolvibile il problema della corruzione; ha portato al declino dell’agricoltura – i ceti più bassi e poveri hanno fatto le spese della privatizzazione e il mercato libero manca di una reale e genuina competizione. Al contrario, i partiti politici, le tribù di appartenenza e le loro milizie hanno monopolizzato l’intero mercato. Questo modello economico non attira i giovani perché senza l’ancora di salvezza della corruzione non avrebbero accesso al sistema che è costruito a beneficio di pochi e a detrimento dei più.

Il governo non è in grado di creare posti di lavoro. Il settore privato non è dinamico e la mancanza di stabilità impedisce gli investimenti stranieri che si concentrano per lo più sul settore petrolifero e trascura altri ambiti. Il fallimento dell’Iraq nel diversificare la propria economia e mettere fine a un sistema economico disfunzionale ha portato alla formazione di una generazione che brama un vero cambiamento e politiche lungimiranti in grado di rivitalizzare un’economia sana.

Al di fuori del sistema divisivo

Furono i giovani a dar vita alle proteste, delusi dal sistema attuale. Gli iracheni hanno patito la guerra al terrorismo e hanno dato ai loro leader più di una possibilità di riformare il paese, ma questi hanno nuovamente fallito, continuando a perseguire una mentalità tribale, non una strategia politica nazionale volta a dare prosperità al paese.

Allo scoppiare delle rivolte nell’ottobre 2019 le organizzazioni e i partiti politici iracheni hanno tentato di fiancheggiare la protesta con l’intento di rafforzare il consenso e legittimare la loro presenza. Tra questi il leader populista Muqtada al-Sadr, che appoggiava i rivoltosi e le loro richieste. Mentre i manifestanti miravano per lo più a stabilire una democrazia efficiente, a creare opportunità lavorative, ci si chiede come potessero accettare il sostegno di qualcuno Muqtada al-Sadr che non crede nell’uguaglianza tra generi e considera la democrazia uno strumento per ottenere potere, non un principio su cui fondare politiche basate su valori sociali. La risposta a questa domanda è che l’assenza di un apparato di sicurezza in Iraq significa che i dissidenti possono essere rapiti dalle milizie filoiraniane e che a volte il governo chiude un occhio in cambio di forme di protezione da parte di personaggi come Muqtada al-Sadr.

In Iraq esiste una serie di movimenti liberal, comunisti e filodemocratici che hanno sempre sostenuto le proteste. Anche le donne hanno giocato un ruolo cruciale, e si può dire che questa è stata la prima occasione in cui il loro ruolo è stato visibile in modo significativo durante le manifestazioni. Inoltre, i dimostranti sono riusciti a sfuggire al sistema etnico divisivo preminente nella politica del paese.

Repressione e manipolazione

Parecchi fattori hanno contribuito all’esaurimento delle manifestazioni: innanzitutto il ruolo del governo e della milizia armata nell’azione brutale di repressione dei manifestanti, dove si stima che 700 siano stati uccisi, 15.000 feriti e a centinaia si contano le persone arrestate, rapite o costrette a far perdere le proprie tracce; alcuni protagonisti del movimento hanno trovato rifugio nel Kurdistan iracheno. A ciò si aggiunge il fatto che Muqtada al-Sadr ha ritirato il suo appoggio alle proteste una volta raggiunto il suo obiettivo, una volta conseguito da parte dei manifestanti il risultato dello scioglimento del governo.

L’epidemia da coronavirus esplosa globalmente ha posto sostanzialmente fine a tutte le proteste perché nessuno era nella condizione di potersi mobilitare. Si prevede che una contrazione della crescita irachena di 9,5% nel 2020, l’anno peggiore dal 2003. Questo ha spinto il governo a pubblicare un Libro bianco, un documento politico in soccorso alla nazione in questa pericolosa congiuntura, consentendo di approvare una legge deroga sul deficit, che permetterebbe al governo di ottenere un prestito di 10 miliardi di dollari per coprire le spese straordinarie. Il governo non è riuscito a convincere il parlamento a richiedere un prestito di 35 miliardi di dollari, e questo ha portato a un’imposizione della svalutazione della divisa irachena rispetto alla valuta statunitense, dato che l’Iraq vende il suo petrolio in dollari e paga i dipendenti pubblici in dinari iracheni. Il motivo principale della riduzione è l’attivazione delle riforme economiche per evitare un grave deficit di bilancio.

Il governo iracheno ha anche avviato misure di austerità, che tuttavia porteranno ulteriore svantaggio a chi è già povero e con mezzi di sostentamento limitati, senza offrire opportunità di lavoro per coloro già oltremodo disagiati.

Il nuovo governo di Mustafa al-Khadimi

Il nuovo governo, condotto dall’ex capo dei servizi segreti, l’attuale primo ministro Mustafa al-Khadimi, si trova ad affrontare numerosi ostacoli. Aveva sperato di tenere elezioni generali il prossimo anno per poter attuare riforme istituzionali. Tuttavia, l’incombente conflitto tra Usa e Iran (per procura in Iraq), le dispute con il governo regionale curdo la pandemia globale per coronavirus, le incursioni turche nel Nord del paese, la costante presenza della milizia iraniana, l’insorgere di attacchi terroristici, il forte calo dei prezzi del petrolio rendono impossibile immaginare per il governo di poter venire incontro alle richieste dei dimostranti.

Quindi è probabile che le proteste ricominceranno in Iraq, è solo questione di tempo. Il lato positivo di tutto ciò è che i giovani iracheni sono disposti a rischiare la loro vita, finché non verrà loro proposta una reale democrazia e un percorso di risanamento economico. Non sono più disposti a sopportare le dichiarazioni retoriche a effetto sul futuro della nazione.

La protesta dilaga nel Kurdistan iracheno

Sulla medesima lunghezza d’onda le proteste in Iraq possono aver ispirato le manifestazioni nelle città curde del dicembre 2020. I giovani curdi, allo stesso modo di quelli di Baghdad, erano pieni di rabbia, e han dato fuoco a diversi uffici del partito politico al potere. L’aspetto sostanzialmente più importante di questi scontri nella regione del Kurdistan è che i manifestanti erano tutti estremamente giovani, senza aspirazioni o ideologie politiche, e semplicemente arrabbiati per le ineguaglianze e la sistematica corruzione che hanno sopportato per anni. Le autorità curde hanno represso le manifestazioni sparando munizioni vere, uccidendo 8 persone, ferendone molte altre e arrestando centinaia di attivisti.

Le proteste nella regione del Kurdistan iracheno potrebbero essere in qualche modo immuni questa volta da interferenze politiche perché la rivalità politica in quest’area vede un minor grado di competizione rispetto a Baghdad dato che qui i due partiti politici di riferimento e le loro tribù hanno già consolidato il loro potere a tal punto da tenere sotto controllo anche i principali partiti d’opposizione che avrebbero potuto sostenere le proteste.

Una sfida che credo qualunque movimento di protesta si trovi ad affrontare è la vulnerabilità nel venire sequestrato e dirottato dai suoi iniziali obiettivi e dalle legittime richieste – come hanno cercato di fare al-Sadr, le fazioni filoamericane e filoiraniane – specialmente dal momento che il movimento non ha un leader palese. Vediamo per esempio volti di primo piano della protesta diventare membri importanti dell’amministrazione di Kadhimi ed è evidente il tentativo di quest’ultimo di corrompere componenti del movimento per portarli dalla propria parte, ma senza farsi carico realmente delle richieste dei dimostranti.

I proiettili non li fermeranno

Se c’è una cosa da imparare dalla storia è che le aspirazioni giovanili e le manifestazioni non finiscono quando le forze di sicurezza sparano proiettili veri. Fermentano, la rabbia infuria e sale finché raggiunge il punto di ebollizione. Ancora più importante è il fatto che fin dalla costituzione dello stato iracheno alla fine della Prima guerra mondiale, i governi sono stati rovesciati da colpi di stato, poteri stranieri, o pressioni di partiti politici, ma nel 2020 il governo è stato costretto a dimettersi per la pressione dei giovani manifestanti. Questo è un cambiamento essenziale per il paese, e può semplicemente modificare la direzione della nazione in modo permanente.

Lunedì 28 dicembre 2020 nella trasmissione “Bastioni di Orione” su Radio Blackout si è tratto spunto da questo articolo per rievocare l’anno di lotta di questo movimento iracheno: