Kobane calling

Murat Cinar

Mentre il conflitto tra le forze politiche, economiche e sociali della Turchia proseguiva nel suo modo sempre più aggressivo e distruttivo, la Siria diventava di nuovo il centro dell’attenzione. Forse questo è uno degli elementi più importanti per comprendere meglio le motivazioni e le caratteristiche degli accadimenti avvenuti in Turchia nell’ultimo periodo. La Siria, oltre a essere un campo di battaglia limitrofo alla Turchia con i suoi 900 chilometri di confine, diventava anche un problema sociale per via dell’aumento di rifugiati in fuga dal paese. In quest’ottica e tenendo in considerazione i due fattori molto importanti era impossibile che la Siria non esercitasse un’influenza sulla politica interna della Turchia. 

In primis con la definizione dei confini: durante la nascita di queste due repubbliche, intere famiglie, centinaia di villaggi, numerosi gruppi religiosi oppure semplicemente migliaia di persone sono state obbligate a fare una scelta; restare in Siria oppure in Turchia. In alcuni casi la scelta era anche obbligata dato che, come fosse stata tracciata una riga, parecchie zone abitative erano state bruscamente divise in due. Questo fatto ha colpito sia le popolazioni siriane che si definiscono arabe, sia le comunità curde, armene, turcomanne e siriache. Per cui per centinaia e migliaia di persone da più di ottant’anni Turchia vuol dire Siria e viceversa.

In secondo luogo la discriminazione messa in atto dai governi siriani partendo dagli anni Sessanta nei confronti dei curdi di Siria ha fatto sì che nascessero dei movimenti reazionari partitici oppure combattenti. Proprio in quel momento nascevano e crescevano dei movimenti analoghi in Iran ma anche in Turchia. In poche parole i movimenti reazionari partitici oppure armati tra questi due paesi sono stati sempre dei cugini e in collegamento, collaborazione e comunicazione.

Quando l’Isis ha deciso di attaccare la città di Kobane in Rojava, nel Nord della Siria, le unità di difesa popolare locali hanno provato a respingerlo. A portare sostegno e aiuto per queste unità sono stati i combattenti stranieri provenienti dall’Europa e dall’America ma anche dall’Iraq e dalla Turchia. Particolarmente nel caso della Turchia ci sono stati alcuni tentativi di massa di sfondare il confine per aderire alle forze locali nella lotta contro l’Isis. Nel mese di ottobre del 2014, quando Kobane era sotto il forte attacco di Daesh, il governo Akp non ha concesso, all’inizio, il permesso di trasportare le armi e gli uomini dall’Iraq a Kobane passando per il territorio nazionale per sostenere la resistenza. 

In quel frangente storico molto importante il neopresidente della repubblica in un suo intervento pubblico nella città di Antep, al confine con la Siria, pronunciava queste parole: «Non basta il bombardamento aereo, bisogna dare un sostegno con un intervento a terra, altrimenti non si può lottare contro questo terrore. Ecco dopo mesi, senza esiti, anche Kobane sta per cadere. La Turchia è pronta a rispondere a ogni tipo di minaccia. In particolare nessuno deve avere dubbi sul fatto che la minaccia contro la nostra caserma Suleyman Sah, un nostro territorio storico in Siria, riceverà la risposta adeguata. Osserviamo con attenzione e preoccupazione tutto ciò che accade a Kobane. Coloro che si oppongono a un intervento militare in Siria cercano di utilizzare quello che vi accade come un elemento per la politica interna». 

Mentre per Demirtaş la visione sarebbe dovuta essere diversa: infatti chiedeva al governo di aprire il confine perché i giovani dalla Turchia potessero andare a Kobane per aderire alla resistenza. Un’altra richiesta di Demirtaş era quella di permettere il passaggio dei mezzi da altri cantoni del Rojava verso Kobane. Entrambe sono state respinte dal governo. 

La violenza dell’Isis aumentava e solo nel mese di settembre circa  100 000 persone hanno forzato il confine e si sono rifugiate in Turchia. A Kobane gli scontri diventavano sempre più duri e in Turchia crescevano le manifestazioni violente in solidarietà con Kobane.

A Cizre, Diyarbakır, Ceylanpinar, Sirnak e Urfa i manifestanti si scontravano con la polizia. I manifestanti richiedevano il permesso per il trasporto delle armi e degli uomini dalla zona federale curda dell’Iraq del Nord verso Kobane e accusavano il governo nazionale della Repubblica di Turchia di sostenere l’Isis. Inoltre disapprovavano un eventuale intervento militare delle forze armate repubblicane, a differenza di quello che aveva proposto il presidente nel suo intervento pubblico a Urfa.

Così partendo dal 6 ottobre per circa una settimana scendevano in piazza migliaia di persone nelle città di Erzurum, İstanbul, Mardin, Van, Ankara, Bingol, Bursa, Diyarbakır, Gaziantep, Igdir, Smirne, Mersin, Mus, Siirt, Urfa, Batman e Sirnak. I manifestanti pro Kobane oppure i militanti dell’Hdp si scontravano con le forze armate dello stato e in alcuni casi anche con i militanti di alcuni partiti ultranazionalisti e fondamentalisti. In pochi giorni sono morte 46 persone e 682 sono rimaste ferite. La polizia ha operato 323 arresti. Per calmare le acque Demirtaş ha invitato diverse volte i manifestanti a rientrare nelle loro abitazioni e ha comunicato anche i messaggi analoghi di Abdullah Öcalan, leader del Pkk. Inoltre Demirtaş criticava la mancata collaborazione del governo e del presidente della repubblica esprimendosi così durante la conferenza stampa del 13 ottobre: «Questa indifferenza crea una rottura emotiva tra le persone. Migliaia di cittadini sono al confine da venticinque giorni a protestare contro l’Isis che massacra a Kobane e la gendarmeria non fa altro che lanciare dei lacrimogeni».

A proposito del coinvolgimento delle persone e dei movimenti in Turchia nella resistenza di Kobane, Erdoğan la pensava diversamente. Durante l’inaugurazione di una scuola coranica nella città di Rize disse: «Cosa c’entra Kobane con la Turchia? Circa 200 000 fratelli curdi sono scappati da Kobane e si sono rifugiati in Turchia. Li abbiamo soccorsi, accolti e gli diamo da mangiare. Cosa volete di più? E voi non sostenete il governo che vorrebbe entrare in Siria e in Iraq». 

Dopo quei giorni di caos il procuratore di Ankara ha denunciato alcuni vertici dell’Hdp con l’accusa di organizzare una rivolta popolare contro il governo. Successivamente anche le parole pronunciate in questo periodo da Demirtaş sarebbero state utilizzate per la rimozione della sua immunità parlamentare. 

Frags tratti da Ogni luogo è Taksim. Da Gezi Park al controgolpe di Erdoğan, di Deniz Yücel, con una prefazione di Alberto Negri e un’analisi di Murat Cinar, Torino, Rosenberg & Sellier, 2018, disponibile in libreria e su tutte le maggiori piattaforme online.