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Bosnia e dintorni

Le tensioni dell’ex Jugoslavia tornano ad addensarsi a 40 anni dalla morte di Tito e a 26 da Dayton. Il centro di tutto è rappresentato dalla multietnicità bosniaca, che era già evidente durante l’assedio di Sarajevo.
Ai conflitti secolari tra le comunità che da sempre costituiscono il tessuto del territorio bosniaco ora si sommano i flussi di migranti e la rotta balcanica è tra le più impegnative e le frontiere sono blindatissime e le condizioni di vita durissime.
Qui riprendiamo le sue “nuove” considerazioni dal campo nel gelido gennaio bosniaco.
Simone Zito ha raccontato nel suo libro la sua spedizione estiva: gli incontri, le situazioni, le modalità di attivismo e quelle che innesca il Game, la repressione della polizia e i danni sul corpo delle persone in movimento (Pom), la diffidenza, la delazione e l’accoglienza, la tolleranza della popolazione bosniaca.
Erano le sue vacanze estive dal lavoro. Ora è tornato a spendere le sue vacanze invernali a Bihać e cominciano a trapelare nuovi racconti, nuovi incontri, diverse situazioni. paesaggi innevati. E nuove morti e sofferenze e repressioni.

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Avanzamento

La feroce accoglienza europea nei Balcani

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Diario parallelo di Simone – Bihać, agosto 2021 / gennaio 2022

Il sugo manzoniano

Decalogo  11 agosto 2021

  1.  Molti ragazzi che incontriamo hanno l’età dei miei allievi (insegno alle superiori).
  2.  Sono soprattutto afgani che scappano dai Taliban.
  3.  Spesso l’odissea del viaggio dura mesi o anni. Rischia di diventare la loro vita.
  4.  Chi può paga trafficanti che gli permettono di bruciare le tappe in cambio di svariate migliaia di dollari. Gli smuggler “corretti” prendono i soldi una volta che riescono a portarti a destinazione. Quelli “infami” possono tranquillamente stuprare le donne o denunciare alla polizia i migranti.
  5.  La scabbia è endemica. Abbiamo visto gambe che sembravano gruviere. Non si può curare perché le condizioni igieniche e i cambi di vestiti, tende e coperte non sono sufficienti. Quello che facciamo è cercare di alleviare il dolore, disinfettare, ridurre il prurito.
  6.  I migranti psicologicamente più in difficoltà a volte sono quelli con una maggiore cultura e maggiormente consapevoli di essere trattati come animali. Ci sono case occupate dai migranti piene di blister esauriti di psicofarmaci.
  7.  I migranti provano continuamente il Game. In genere si fanno 10 giorni di cammino evitando città, mercati, luoghi affollati seguendo una mappa con il gps. Altri però cercano di passare solo tra boschi e montagne e in quel caso il “Cammino di Santiago” di questi dannati della terra dura 22 giorni. Impossibile portare acqua e cibo sufficiente per un viaggio così lungo.
  8.  Arrivano sfatti a Trieste perché camminano 14-16 ore al giorno. Quando la polizia croata o slovena individua gruppi numerosi spesso aspetta la notte per prenderli, perché dormono senza scarpe e non riescono a scappare.
  9.  La polizia croata mena, ruba, rompe i cellulari, brucia borse e vestiti, prende le scarpe. Quando li respinge, i migranti possiedono solo più un paio di mutande, pantaloncini e una maglietta. Se hanno più di una maglietta gliela prendono. L’Europa finanzia e, di fatto, promuove tutto questo.
  10.  Le frontiere fanno schifo, bisogna distruggerle.

C’è… bisogno di psicologi ed etno-psicologi da queste parti  4 gennaio 2022

  • C’è chi è un amico pastho che ha imparato a dire “mi sono gustato la doccia” e “sciupa feste” in italiano. Lui ci insegna che “saba ba guru” vuol dire “ci vediamo domani” e una serie di altre parole che non bisogna per forza riportare.
  • C’è chi c’era già questa estate e fa un po’ male sapere che tu sei tornato a casa e lui è rimasto nella topaia in cui l’avevi lasciato.
  • C’è chi è un ragazzo del kashmir che ci insegna che “freddo” in Grecia si dice “freddo”.

  • C’è chi ci chiede di fare la doccia dicendoci che è più di un anno che non ne faceva una e sta trenta minuti sotto il getto d’acqua calda. E direi che se li merita tutti.
  • C’è chi sceglie di vivere in una baracca a un’ora e un quarto da Bihać per stare lontani dalla polizia e dagli Alì Baba, decidendo di camminare quasi tre ore al giorno per fare praticamente qualsiasi cosa.
  • C’è chi balla e ride perché gli va o perché obbligato, ma c’è anche chi è schizzofrenico e avrebbe bisogno di un aiuto psicologico significativo (c’è bisogno di psicologi ed etno-psicologi da queste parti).
  • C’è chi ci chiede di fare la doccia e poi stende una coperta per poter pregare verso La Mecca.
  • C’è chi è un ragazzo scappato dal suo paese perché attivista politico a 16 anni e ora ne ha 19 ed è da tre anni sulla rotta. È sveglio e dagli occhi puliti. Ha un dente nero e mi sono chiesto se gli facesse male o se avessimo potuto fare qualcosa, ma non ho osato chiederglielo (per ora).
  • C’è chi, prima di farsi una doccia, si fa mettere dei sacchetti di plastica attorno al piede per coprire una fasciatura. La faccia non è bella. Ci raccontano che, cucinando, gli è caduto olio bollente sulla caviglia. Quando scopre la ferita e la vedo mi gira un po’ la testa. Non potrei mai fare il medico, ma per fortuna c’è chi lo è e passa tutti i giorni a cambiare le fasciature.
  • C’è chi si affida a trafficanti infami che per attraversare il deserto dell’Iran sono capaci di mettere anche tre persone dentro un bagagliaio senza fermarsi agli alt e ai posti di blocco. Il problema è che la polizia poi spara alle gomme per cercare di fermare il veicolo, ma magari becca il serbatoio è la macchina prende fuoco o becca le persone imprigionate all’interno. Immagino i drammi della persona colpita o di quanti rimangono chiusi con dei cadaveri dentro un bagagliaio per delle ore (c’è bisogno di psicologi ed etno-psicologi da queste parti).
  • C’è chi balla a piedi nudi e in maniche corte il 2 gennaio nella jungle di Bihać, cantando una canzone alla fidanzata lontana.

  • C’è chi si potrebbe permettere un taxi game e arrivare in Italia in poche ore, ma si sente responsabile di qualche amico che è partito con lui e decide di stare loro vicino perché conosce l’inglese e può essere di aiuto. Le mamme quando li chiamano vogliono parlare con lui per sapere che va tutto bene.
  • C’è chi lavora in una associazione umanitaria e dice che ora la situazione a Bihać è perfetta.
  • C’è chi è una cucciola di cane che si chiama Amore ed è stata adottata in uno squat. Morde qualsiasi cosa capiti a tiro, è per nulla magra e piuttosto allegra. Abbiamo tentato di farle una doccia di cui aveva un gran bisogno, ma non era molto dell’idea.

  • C’è chi a capodanno gioca al telefono senza fili tra persone che parlano sei lingue diverse tra europei, bosniaci, croati e migranti. Io ho scelto “Arvëdse e n’gamba”, non ci siamo arrivati nemmeno vicini.

Le abilità tecnologiche a conforto di esistenze precarie

Energia pulita  24 agosto 2021

È capitato in più occasioni che prestassimo i nostri telefoni a qualche ragazzo per chiamare casa. Questo perché la polizia croata requisisce i telefoni di tutte le persone che ferma, impedendo loro di poter sentire i genitori per sapere se sono ancora tutti vivi. E questo è di una violenza schifosa.

Per provare a stemperare, almeno in parte, questa situazione abbiamo installato nella jungle tre pannelli fotovoltaici, autocostruiti, in modo da permettere a chi in quei posti vive e li attraversa, di poterlo fare con il cuore un po’ più leggero e il cellulare acceso. Senza telefono, da queste parti, non si va lontano. Sicuramente non in Europa. Un grazie pieno di gioia e rabbia al collettivo Rotte Balcaniche – Alto vicentino per la semplicità, la generosità e l’energia che ci mette nel sostenere i dimenticati e combattere le frontiere.

Pannelli al sole agostano

Bucato splendente con il detersivo della Jungle

Questa estate era fantascienza  4 gennaio 2022

In genere è la mamma che ti insegna ad usare la lavatrice: dividere i colori e i tessuti in modo da non trovarsi tutto il bucato rosa o il maglione di lana preferito della grandezza giusta per tuo nipote di 4 anni.

Grazie al collettivo Rotte Balcaniche – Alto vicentino, alle loro mani, conoscenze e dedizione è stato possibile costruire un impianto idraulico nel magazzino di NoNameKitchen, in modo da poterlo collegare a tre lavatrici e due asciugatrici comprate in Italia e portate qui. Lavorano praticamente a ciclo continuo. Laviamo tutto a 60 o 90 gradi (la mamma non sarebbe d’accordo perché si rovinano i tessuti delicati, ma se avesse da gestire la scabbia o altre malattie, probabilmente userebbe il napalm). Questo è prezioso perché quando facciamo i trattamenti o le docce, i ragazzi ci danno i loro vestiti da lavare e glieli riportiamo puliti. Questo vuol dire spendere meno soldi per gli acquisti, meno spreco e meno rifiuti (i Pom spesso buttano i vestiti vecchi quando ne hanno di nuovi), più pulizia nella jungle.

Le acque dell’Una. Gelide in ogni stagione

Una  31 luglio 2021

Vivere a cinque minuti da un fiume balneabile ha i suoi vantaggi, tipo riuscire a sopravvivere ai 40 gradi di questo luglio. Alcuni campi e meleti separano la casa dal fiume Una, una collana verde smeraldo che nasce in Croazia e si fa ammirare per 212 km. Se metti i piedi dentro ti viene voglia di tirarli fuori perché la temperatura è quella dei torrenti di montagna.

Poi se vinci la paura e ti butti, quando esci e ti metti al sole senti ogni centimetro di pelle che pizzica come le corde di una chitarra che suona una bella musica. Ti senti un po’ più felice con le goccioline ancora attaccate alla pelle. “Forse è uno dei fiumi più belli del mondo”, penso. L’Una si muove placido ed è di un verde vivo come pochi. In centro città si vedono spesso bimbi fare il bagno, barche da pesca o coppiette apparentemente felici andare in canoa.

Immagino sia molto bello anche a Novi Grad, dove una notte di due giorni fa il fiume si è mangiato un bambino afgano di cinque anni. È scivolato dalle braccia del padre mentre cercava di guadarlo per arrivare in Croazia insieme alla moglie e ad altri quattro figli. È scivolato. L’hanno ripescato dopo un’ora.

Penso sia sbagliato, però, credere che sia morto per colpa del fiume o di una traversata “illegale” da parte di una «famiglia di immigrati clandestini», come simpaticamente ci ricorda “La Stampa”. A ucciderlo è stato il confine ed è Bruxelles che finanzia la Croazia con mezzi, militari e milioni di euro per dare la caccia ai migranti. Quando scrivo “caccia”, lo faccio in senso proprio: usano cani e coltelli. E nell’Unione oggi non comanda Orbán.

Il prossimo che mi parla dell’Europa culla dei diritti umani lo affogo.

Queste sono le acque del fiume Una in estate

E queste sono le acque del fiume Una innevate

Una  3 gennaio 2022

Il bar sotto il mare è un bel libro, ma non sono sicuro esistano davvero posti simili, se si escludono quelli di navi, crociere e traghetti. Mentre sono certo esistono bar sotto i fiumi. L’Una, dopo le piogge delle scorse settimane, è diventato potente e maestoso, sommergendo tavolini e pub che sorgono lungo le sue sponde e dentro i quali in più occasioni è scappata una birra o una risata. Quindi si, esistono pub sotto i fiumi. Per i proprietari è sicuramente un problema che li tocca da vicino e a cui, forse, sono abituati come i gestori delle arcate ai Murazzi o i negozianti di Piazza San Marco.

Quello a cui non mi abituo e a cui non dobbiamo abituarci mai sono le persone che rimangono sotto le acque, fiumi o mari che siano. Quest’estate avevo scritto di un padre afgano a cui è sfuggito il figlio tra le braccia mentre cercava di guadare l’Una per raggiungere la Croazia. Lo ripeto perché si dia peso alle parole: a un padre è scivolato il figlio dalle braccia trascinato dalla corrente del fiume.

Tre settimane fa una bimba di 10 anni è morta nello stesso modo, era aggrappata alle spalle della mamma mentre cercava di attraversare le acque gelide del fiume Dragogna, nella penisola dell’Istria. Era quasi arrivata, Trieste è a uno sputo. Il 30 dicembre un ragazzo che stava in una casetta bianca nella jungle di Bihać, che abbiamo visto e a cui abbiamo fatto la doccia più volte, è morto nel fiume Sava vicino a Gradiska, sul confine croato-bosniaco. Di queste e di troppe altre persone non conosciamo neanche i nomi, i giornalisti spesso non si disturbano neanche di rintracciarli. Forse solo noi europei e i nostri animali domestici abbiamo diritto a un nome. I migranti possono accontentarsi di un trafiletto generico e della scabbia. Tanto basta.

Queste non sono tragedie o fatalità, ma persone morte di confine. Ogni parlamentare europeo che ha votato queste leggi e regolamenti che tengono i poveri lontani dai nostri paesi dovrebbe alzarsi nel cuore della notte in pigiama, andare a piedi davanti a quei genitori che hanno visto il gorgo prendersi i loro figli, fratelli e sorelle e chiedere loro scusa.

E non sarebbe ancora nulla per tornare a recuperare un minimo di dignità. Nulla.

La macchina del nazionalismo e quella dei flussi migratori:
una fucina di diversità in rotta di collisione

Conflitti balcanici secolari: la battaglia della Piana dei Merli del 15 giugno 1389 tra l’anima cristiana (guidata dai serbi) e quella ottomana da Murad I.

Interessante il lungo excursus di Alfredo Sasso che inquadra precisamente le attuali strategie delle spinte nazionaliste all’interno delle più vaste pulsioni secessioniste balcanico-caucasiche, un pretesto colto per intimorire sui rischi di nuove guerre civili e giungere a ottenere piccole patrie autonome su base etnico-religiosa. Ma sullo sfondo si intravedono manovre di potenze locali e meno a cui i satrapi locali guardano per avere padrini che assicurino il mantenimento del potere nelle loro enclavi.

Alta tensione per l’emergenza bosniaca

La rete underground di Bihać di cui fa parte Simone nell’estate bosniaca denuncia sulle onde di Radio Blackout i limiti, le compressioni, i “confini” entro i quali vivono i migranti arrivati a tentare il Game in una zona dove il campo di Lipa è andato in cenere nei rigori dell’inverno (dicembre 2020). La doppia realtà descritta da Fabio illustra l’effettiva situazione dei campi e l’approccio degli autoctoni.
I numeri sono molto superiori a quelli ufficiali; le frontiere blindate vivono della compresenza di campi formali affiancati da miriadi di tentativi di autorganizzazione, creando una costellazione di campi volta a tenere alta la tensione e quindi la repressione, creando una costante emergenza costruita. Un imbuto che fa da tappo a un corridoio di transito

Marine fa invece la storia del campo di Bihać e poi degli altri campi minori fino ad aprile 2020 quando fu aperto quello di Lipa, costruito per racchiudere in pandemia i Pom sparsi dentro e fuori i campi formali.
Differenze tra gestioni di campi a seconda delle conduzioni per problemi di trasparenza e corruzione tra la gestione governativa o di Iom. Il tutto in relazione ai flussi (forse 75.000 persone sarebbero quelle registrate ufficialmente in transito dal 2018 all’estate 2021 nei campi dell’area di Bihac e una media di 2000 persone in transito contemporaneamente nelle strutture ufficiali); ma molti ragazzi preferiscono ovviamente vivere fuori da una struttura più simile a un carcere o comunque sempre sotto controllo delle forze dell’ordine.

“Alta tensione per l’emergenza bosniaca”.

La condizione umana nei campi di Sarajevo: Ušivak

Un elemento centrale di queste testimonianze – ed è ben evidenziata da Mirka nella sua corrispondenza – è il fatto che la vita ruota solo attorno a un’ossessione: The Game, lo stesso che in questi anni abbiamo documentato da Calais, da Ceuta e Melilla, dal Pireo… i coni d’imbuto delle esistenze che devono passare attraverso quel filtro imposto dal delirio di respingimento.
Il racconto che Ursula e Mirca, di “Torino per Moria”, con cui viene fatto un confronto tra campi profughi, ci hanno descritto di quelli di Sarajevo e dai campi in cui sono contenuti i migranti che provano a ripetizione il passaggio delle frontiere si incentra su tre interviste: a Idriss, gambiano che ha dovuto lasciare il paese perché si è scontrato con i suoi superiori e per trovare il futuro per sé e la famiglia; le aspettative da parte della società di provenienza, le botte e le costrizioni, la meta da raggiungere sono comuni alle depressioni che accomunano quelle di Ali, pakistano ventinovenne e Habib, marocchino… tutti precisi nel tracciare il loro viaggio prima di questo Game – tentato ogni giorno da almeno due dei 1200 ospiti dei campi (e il costo del tentativo supera sempre oltre i 3000€ fino a 5000) – e sciorinano una precisa graduatoria di tollerabilità dei singoli luoghi toccati nel viaggio. Una corsa a tappe durante la quale sono stati sottratti loro tempo ed energie, pur di rallentare una progressione storica che non deve essere di integrazione ma di accoglienza, proprio quello a cui agognano e che occupa i loro pensieri, i corpi feriti, battuti, debilitati.