Licenza di espellere

Yurii Colombo

L’Intelligence mondiale impegnata in questo periodo nell’adeguamento al nuovo approccio agli Affari internazionali che Biden ha riportato alla contrapposizione del Fronte del Bene all’Impero del Male viene a trovarsi tra le mani dossier scottanti, che sono eredità della arrembante e tatticamente originale dottrina Trump; Yurii Colombo ci ha fornito una serie di chiavi utili per inquadrare quella che appare una rinnovata guerra di spie creata apposta per indirizzare messaggi espliciti di allineamento all’interno di una fazione… anche quando la Ostpolitik e gli affari energetici suggerirebbero equidistanza.

Riabituarsi alla banalità dello spionaggio da Guerra Fredda

Il recente caso di spionaggio russo ai danni dell’Italia e della Nato ha riacceso l’attenzione dell’opinione pubblica italiana sui rapporti tra Occidente e Russia. Un’opinione pubblica ormai impreparata a leggere gli avvenimenti internazionali e frastornata dal perdurare della pandemia ha perlopiù commentato in chiave di burla («ma quali segreti mai si venderanno per 5 mila euro?!») e di incredulità quanto successo alla fine di marzo. Se solo avesse letto non qualche spy-story strampalata ma una storia dei servizi segreti internazionali, l’opinione pubblica avrebbe saputo che di queste cifre si è spesso parlato nella storia della compravendita di segreti (anche perché altrettanto spesso di tratta di informazioni di scarso rilievo, antiquate…). Lo ha messo in rilievo Dario Fabbri su Limes on-line e in chiave storica anche chi scrive nella seconda puntata sullo spionaggio russo-sovietico in pubblicazione su Ogzero. Senza rendersi conto della dinamica che da questa estate in poi è in pieno sviluppo (dalle manifestazioni anti-Lukashenko in Bielorussia e dall’avvelenamento di Navalny sui cieli siberiani in sostanza) il “villaggio globale” è stato costantemente sollecitato a prendere parte al rinverdimento della guerra fredda 2.0 che ha ripreso vigore dopo l’elezione di Joe Biden alla presidenza Usa. Nella nostra ipotesi e canovaccio analitico il rilancio, in questa fase in grande stile, del tema dell’“impero del male” russo si basa su elementi di carattere tattico più che strategico. Se il superamento o il rovesciamento di Putin è visto dall’Unione Europea come dagli Stati Uniti come un obiettivo fondamentale (in chiave di accesso al mercato interno postsovietico nel suo complesso e al controllo del flusso delle sue materie prime) nessuna cancelleria occidentale ritiene ragionevolmente che la fine dell’era Putin sia cosa di mesi, malgrado le evidenti fibrillazioni non solo sui suoi confini occidentali (non si dimentichi l’area caucasica e la questione Transnistria oltre alla vicenda Bielorussia a cui per ora è stata posto un rattoppo) ma anche in Siberia. Il vero dibattito tra Berlino e Parigi da una parte e Washington dall’altra è su come sviluppare una crescente pressione sul Cremlino. E qui le divergenze si rivelano non solo di interessi e prospettive di fondo tra l’asse franco-tedesco e americano (che può contare sulle “quinte colonne” baltiche e dell’Europa orientale) ma anche culturali. Da molte parti è stato sottolineato di recente come l’approccio tedesco, storicamente, è spesso stato basato sull’“interdipendenza”.

Il contenimento viene da lontano

Fanteria russa alla Grande Guerra del Nord – L’artigliere stanco

«Gli orizzonti delle diverse linee politiche europee nei confronti della Russia hanno preso forma circa 300 anni fa, quando finì la Grande Guerra del Nord e divenne chiaro che la Russia era saldamente radicata nel Baltico», afferma Martin Schulze-Wessel, professore di Storia dell’Europa orientale all’Università di Monaco. Già allora furono gettate le basi della politica, che più tardi fu chiamata del “contenimento” che trovò nel XX secolo il suo principale interprete negli Stati Uniti d’America e di quella prussiana già allora divisa tra “Occidente”, a cui aspirava, e Impero russo zarista, con il quale non voleva essere nemica. Senza contare che Prussia e Russia avevano la comune aspirazione di indebolire e dividere la Polonia.

L’esperienza di due disastrose guerre mondiali ha rafforzato l’aspirazione delle élite tedesca e sovietica (e poi russa) a politiche reciprocamente vantaggiose piuttosto che conflittuali. L’obiettivo non era – e non è solo – che gli industriali tedeschi facciano profitti, e lo stato sovietico vendesse petrolio e gas all’Occidente. Il punto nodale, da parte tedesca è sempre stato la realizzazione di un mutamento di rotta al Cremlino non con la pressione, come stanno facendo gli Stati Uniti (e come fece per esempio Ronald Reagan quando ipotizzò prima dell’avvento di Gorbaciov delle Guerre stellari) ma rafforzando l’interdipendenza economica tra Europa occidentale e orientale.

Ostpolitik: dal NordStream2 ai fuochi di guerra in Donbass

L’idea di “cambiamento attraverso il riavvicinamento” (Wandel durch Annäherung) fu il motto della “Nuova politica orientale” (Ostpolitik) tedesca, avviata dal cancelliere tedesco Willy Brandt all’inizio degli anni Settanta. Alcune somiglianze con questa politica possono essere viste nell’iniziativa Partnership for Modernization, per la quale l’allora ministro degli Esteri tedesco (attuale presidente) Frank-Walter Steinmeier fece alla fine del primo decennio del 2000.

Anche ora, dopo l’attentato a Navalny, la Germania resta riluttante a compiere passi decisivi, come per esempio l’abbandono del progetto di partnership energetica di North Stream 2, la quale ha una rilevanza non solo economica. Il nuovo gasdotto ha evidentemente un significato: quello strategico e geopolitico, inteso come un’operazione diretta contro la Polonia che verrebbe aggirata a nord. Si tratta di un timore condiviso anche dal presidente ucraino Volodomyr Zelensky che vedrebbe diventare definitivamente obsolete le pipeline russe che ora attraversano il suo territorio e gli garantiscono un’importante rendita economica. La portavoce di Zelensky, Yulia Mendel, ha definito “sorprendente” il dialogo a tre tra Macron, Merkel e Putin rilanciato alla fine di marzo con una lunga riunione online in cui, tra l’altro, si è parlato esplicitamente di Donbass senza coinvolgere la parte ucraina. Successivamente le tensioni sul confine ucraino dopo la ridislocazione delle truppe russe e la dura reazione congiunta di Zelensky-Biden dopo un colloquio durato ben 50 minuti, lasciano presagire che presto tra i due paesi slavi potrebbero persino tornare a battere i tamburi di guerra. Al percorso dei “Protocolli di Minsk” per giungere alla pace nella zona orientale dell’Ucraina del resto non crede più nessuno dopo che il governo di Kiev ha smesso di riconoscere la capitale bielorussa come sede preposta alle trattative per la sua implementazione.

“Nuova guerra in Donbass: consenso interno, equilibri geopolitici e giochi di spie”.

 

Storie di spie tra pipeline contrastate e protocolli stracciati

È in questo quadro che si colloca sia l’accresciuto protagonismo del Gru (Glavnoe razvedyvatel’noe upravlenie), il servizio segreto russo militare, in particolare in Europa, e dell’aumento della soglia di attenzione del controspionaggio dei paesi dell’Unione Europea (anche in chiave propagandistica). Dopo i casi di spie russe scoperte in Austria più recentemente è venuto agli onori delle cronache l’attività dei servizi russi in Bulgaria, un caso assai più significativo di quello tricolore ma completamente – e naturalmente – ignorato dalla stampa italiana. Il 19 marzo scorso è scattata un’operazione in grande stile della polizia di Sofia per neutralizzare “spie straniere”, con perquisizioni in diversi quartier e il blocco di tutte le autostrade interurbane della capitale bulgara. Sono stati arrestati sei cittadini di quel paese che avrebbero costituito nel tempo una “rete di spionaggio” a favore di Mosca. Il gruppo di spie avrebbe fornito costantemente notizie di routine e sarebbe stato posto sotto controllo già dal 2020 e non è da escludere che si sia deciso di interrompere il flusso di informazioni (che avveniva attraverso la moglie russa di uno degli informatori che si incaricava ogni tanto di portare le informazioni all’Ambasciata russa) proprio in corrispondenza della volontà di accrescere la pressione su Mosca. (A proposito: il gruppo riceveva, secondo quanto sostenuto dai funzionari bulgari, circa 2000-3000 leva al mese per spiare le attività del paese ex socialista cioè cica 1000-1500 euro al mese: è davvero un lavoro poco remunerato quello della spia!).

Secondo l’investigatore il giornalista investigativo bulgaro Hristo Grozev che ha lavorato la scorsa estate al disvelamento del caso Navalny ci sarebbe stata una «influenza invisibile di Washington (…) e non è escluso che le informazioni sulle spie possano essere state trasferite ai servizi segreti europei dagli Stati Uniti». Secondo Grozev «scoprire una spia sotto copertura è, prima di tutto, notoriamente un atto politico dimostrativo. Molto spesso infatti l’azione delle spie è ben conosciuta e l’espulsione o l’arresto impedisce l’azione di contrasto per mezzo di notizie false o forvianti. Il secondo si chiama “opportunità politica”. Non bisogna essere degli specialisti del settore per sapere che ogni paese conduce attività di intelligence contro altri paesi. Allo stesso tempo, ogni paese ha obiettivi strategici di natura politica commerciale, economica e internazionale. Ecco perché, se la leadership di un servizio speciale o di un paese riceve informazioni su spie che vendono segreti, allora, prima di tutto, vengono valutati i rischi della distruzione dei piani strategici determinati dall’espulsione dei diplomatici».

In tal caso secondo il portale ucraino Ukrinform, sempre bene informato delle dinamiche dei servizi russi, «sia la parte bulgara che quella italiana avrebbero fatto dei calcoli logici dell’opportunità operativa e politica» per espellere i diplomatici russi. In particolare la scelta italiana sarebbe la diretta conseguenza della linea super-atlantista imposta al suo esecutivo (la definitiva rottura con Putin è stata la condizione essenziale posta alla Lega per entrare nel governo) e segna il definitivo abbandono della politica estera dei “due forni” dell’era tardo guerra fredda dei ministeri Andreotti-De Michelis.

Si tratta di una partita quella della pressione occidentale su Mosca, destinata a durare ancora a lungo e destinata ad avere molti colpi di scena e cambio di attori e di cui la carta dello spionaggio, sarà forse quella meno pesante.