Il fiume e il suo avvocato difensore

Deniz Yücel
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La Valle del Munzur appartiene, senza esagerazioni, alle regioni più belle della Turchia. Il piccolo fiume scaturisce a nord di Tunceli (Dersim), capoluogo di provincia dell’Anatolia orientale e scorre dalla località di Ovacık fino a Dersim attraverso 60 chilometri di natura incontaminata, nella quale solamente una caserma fortificata della gendarmeria disturba l’idillio. L’acqua è chiara e fresca e brilla di verde turchese, quando il sole si trova in una particolare posizione, in certi punti scrosciano delle cascate. In altri il letto del fiume è largo e l’acqua profonda e abbastanza calma da poterci fare il bagno. Da queste parti in estate può essere veramente affollato, soprattutto durante il festival culturale annuale. Dersim è, con quasi 40 000 abitanti, di fatto uno dei più piccoli capoluoghi di provincia della Turchia, e la guerra con il Pkk curdo ha finora impedito che il turismo si potesse sviluppare. Ma si fa affidamento sulle molte persone che in parte già da molte generazioni vivono nelle città turche più grandi o in Europa e fanno ritorno in estate. La gente di Dersim vive in simbiosi con la sua città. Ed è legata al suo fiume.

Se fosse andato tutto secondo i piani del governo, di questo idilliaco habitat di oltre 200 tipi di piante endemiche non sarebbe presto rimasto nulla. Sebbene la Valle del Munzur e i monti circostanti siano stati dichiarati già nel 1971 parco nazionale protetto, il governo dell’Akp aveva in programma la costruzione di sei centrali idroelettriche e quattro dighe di sbarramento all’interno di un’area di 420 chilometri quadrati, accanto al fiume e al suo affluente Pvlümür.

Già negli anni Ottanta esistevano dei progetti simili, che si sono concretizzati solamente dopo la modifica di una legge del 2010, che permetteva la costruzione di centrali idroelettriche in parchi nazionali protetti. Solamente un tribunale è riuscito a fermare, all’inizio del 2013, i piani previsti per il parco nazionale.

Barış Yıldırım è uno di quelli che si può gloriare di aver salvato la Valle del Munzur. Trentaquattro anni, avvocato, un tipo magro, un po’ asciutto, ha studiato a İstanbul. 

«Ma volevo tornare a Dersim. Le persone, la natura, semplicemente amo questa città. Qui è tutto diverso da İstanbul, ma anche diverso dal resto dell’Anatolia orientale», dice. Ciò che si è riuscito a evitare nella Valle del Munzur, rimane in prospettiva per molti altri fiumi più grandi e più piccoli – oppure si è già concretizzato. Poiché ciò che per İstanbul sono i centri commerciali, per i fiumi e i torrenti lo sono le grandi e le piccole dighe di sbarramento e le centrali idroelettriche, che sono in progetto nell’intero paese o sono già in funzione e con le quali si vuole sfuggire alla dipendenza dalle forniture di gas russe e iraniane. Al momento sono previste 1700 centrali idroelettriche, molte delle quali sono così piccole che la corrente prodotta sarebbe sufficiente solo per una manciata di villaggi.

La diga Ilısu sul Tigri è divenuta celebre: è parte del progetto per l’Anatolia sudorientale già risalente agli anni Ottanta, attraverso il quale, nonostante le proteste internazionali, l’antica città fortezza di Hasankeyf e altri siti archeologici spariranno coperti dalle acque. «Perfino nelle centrali idroelettriche, dove gran parte delle acque non viene bloccata, ma condotta attraverso canali, l’attacco all’ecosistema è ingente», dice Yıldırım.

Finora in Turchia non esistono centrali atomiche, ma tre sono in programmazione: quella di Akkuyu nella provincia di Mersin sulla costa mediterranea, una a Sinope sul mar Nero e una in Tracia, quindi nella parte europea del paese. L’energia idroelettrica non sarebbe, visti i danni climatici delle centrali di carbone e i pericoli delle centrali nucleari – ancor più in Turchia, un paese a rischio sismico, dove tre placche tettoniche premono una contro l’altra  – , una soluzione ecologica? «Soluzioni ecologiche sarebbero sole e vento», pensa Yıldırım.

Ha altre idee per il Munzur: «Penso che Dersim abbia un notevole potenziale turistico che potrebbe sfruttare in armonia con la natura». Al di fuori delle aree naturali protette si potrebbe usare una parte dell’acqua per l’agricoltura ecologica. La condizione affinché possa avvenire è una pace duratura nella regione. Non sarebbe neanche male un impianto di depurazione per i 3000 abitanti totali del capoluogo distrettuale di Ovacık, per il corso superiore del fiume. «L’amministrazione dice che non ha soldi per questo», dice Yıldırım. «La mentalità è questa: danneggiare un fiume con le centrali oppure incanalare acqua di scarico non filtrata. La coscienza necessaria si sviluppa solamente poco a poco», dice.

Quindi il suo lavoro non è ancora finito, tanto più che nella provincia di Dersim sono previsti altri progetti. La resistenza esiste anche altrove, nelle regioni della sinistra come in quelle conservatrici: a Trebisonda e Rize sul mar Nero, nelle province di Adalia e Muğla sul Mar Mediterraneo e nella provincia di Artvin nella parte nordoccidentale più estrema. 

E precisamente lì, nel capoluogo distrettuale Hopa, il presidente Erdoğan ha tenuto il 31 maggio 2011 un comizio per la campagna elettorale. Alcune centinaia di persone hanno manifestato contro di lui; tra loro c’era Metin Lokumcu, un insegnante in pensione di cinquantaquattro anni, che apparteneva al Partito della libertà e della solidarietà (Ödp) – i Verdi di sinistra – e che aveva organizzato nel suo villaggio Dereiçi la resistenza contro la realizzazione di un progetto di una centrale idroelettrica. La polizia ha usato il gas lacrimogeno, Lokumcu, che era asmatico, ha avuto un infarto – la prima persona morta in Turchia a causa del gas lacrimogeno. In quello stesso giorno due anni dopo, in alcuni luoghi, per esempio a Smirne, si è passati senza soluzione di continuità dalle piccole manifestazioni in ricordo di Lokumcu alle prime grandi dimostrazioni di solidarietà per Gezi Park. 

«La resistenza contro la distruzione di Gezi Park ha preso tutta un’altra piega», dice Yıldırım. «Ma all’inizio è stata la versione metropolitana di ciò a cui abbiamo, nel nostro piccolo, dato inizio a Dersim e in molte altre regioni della Turchia: una resistenza locale, ecologica, contro un progetto di saccheggio della natura che non presta attenzione alle persone e alla cultura». Perché per la gente di Dersim la Valle del Munzur non è solo un luogo di villeggiatura, ha anche un significato culturale e religioso, giacché qui la popolazione è in gran parte alevita. In nessuna provincia l’Akp raccoglie così pochi voti come qui.

La città più libera d’Oriente

Yavuz Çobanoğlu ha 40 anni ed è da cinque anni docente di sociologia all’Università di Tunceli. Lui non è arrivato qui per la nostalgia di casa, come l’avvocato Barış Yıldırım, dal momento che proviene da Smirne, a 1400 chilometri da Tunceli. Nelle strade d’accesso a Tunceli la gendarmeria controlla ancora i documenti d’identità. Di certo in generale la situazione non si è calmata solamente con la tregua, almeno così raccontano gli abitanti, niente a che vedere con gli anni Novanta, quando nei dintorni i villaggi venivano evacuati con la forza e qui come in tutta la regione curda dominava lo stato d’emergenza. 

Come si vive qui secondo qualcuno che proviene da una metropoli moderna come Smirne? «Tunceli è la Smirne d’Oriente!», dice Çobanoğlu a gran voce. «Per me la situazione delle donne è fondamentale. A parte Smirne e Ankara non c’è nessun’altra città in tutta l’Anatolia dove le donne siano così libere come a Tunceli. Si vedono anche di sera per strada da sole o senza accompagnatori maschili nei ristoranti nei quali si servono alcolici».

L’odierna apertura della città incastonata tra le montagne e il fiume Munzur è paradossalmente un retaggio di un isolamento di centinaia di anni. Qui si è potuto conservare il credo alevita, che differenzia la popolazione locale dalla maggior parte degli altri curdi. Che discenda dalla linea turco-curda o da quella sunnita-alevita, la popolazione di Dersim fa sempre parte degli svantaggiati. Nella loro memoria collettiva si è impresso soprattutto un avvenimento: la cosiddetta insurrezione di Dersim nel 1937-1938.

Gli aleviti all’inizio avevano appoggiato la repubblica, perché questa aveva promesso gli stessi diritti a tutti i cittadini indipendentemente dall’appartenenza etnica e religiosa. Ma i kemalisti non si fidavano delle strutture feudali dei clan. E ugualmente sospetto per loro era il credo alevita, perché ogni deviazione dalla norma turco-sunnita era vista come un potenziale pericolo per lo stato nazionale. 

Nel 1936 Atatürk designò la “questione di Dersim” come il problema più importante di politica interna. La soluzione individuata fu lo spopolamento della provincia e ancora nello stesso anno venne cambiato il nome di Dersim in Tunceli, sottoponendo la città ad amministrazione militare. Si giunse a vessare la popolazione, i militanti appartenenti ai clan attaccarono una stazione di polizia e lo stato centrale reagì con tutta la sua forza: alla fine del 1937 le unità partigiane vennero sconfitte e Seyit Riza e gli altri capiclan giustiziati. L’anno dopo l’esercito continuò le proprie operazioni e si arrivò ai massacri. A migliaia vennero uccisi, decine di migliaia furono i deportati. Nell’operazione era coinvolta anche la figlia adottiva di Atatürk, Sabiha Gökçen, la prima pilota da combattimento al mondo, alla quale è stato intitolato il secondo aeroporto di İstanbul.

Nei decenni seguenti Dersim rimase una regione sottosviluppata, il tasso di emigrazione era estremamente alto, molti si trasferirono in Europa per lavorare, cosicché Tunceli raggiunse la densità di popolazione più scarsa di tutte le 81 province della Turchia. Nel 2011 il presidente Erdoğan si è scusato per il massacro e ha ammesso il numero di 14 000 morti. Nell’autunno 2013 ha annunciato all’interno del “pacchetto di democratizzazione” la ridenominazione di Tunceli in Dersim – l’unico provvedimento concreto a favore dei curdi. 

Inoltre il rapporto della gente di Dersim con i curdi è complicato: perché la popolazione non è soltanto alevita, ma la maggior parte non parla nemmeno kurmanji, ma zazaki – talvolta considerato un dialetto curdo, ma visto dall’iranistica ormai come ramo autonomo della famiglia linguistica iraniana. Tale questione non è interessante semplicemente per i linguisti, anzi ha effetti equivalenti sulla vita delle persone, almeno ne è convinto Çobanoğlu, e in ogni caso implica conseguenze politiche.

Per lungo tempo il Chp, che di solito non gioca nessun ruolo nelle zone curde, è stato la forza politica più potente nella provincia. Allo stesso tempo, dagli anni Settanta i gruppi della sinistra radicale hanno guadagnato un’influenza, che fino a oggi non è quasi mai stata messa in discussione. Durante le elezioni dell’amministrazione comunale del 2009 il candidato della Federazione dei diritti democratici – un’unione vicina all’illegale Partito comunista maoista (Mkp) – ottenne un risultato leggermente inferiore rispetto alla candidata del Bdp, ma si aggiudicò comunque il terzo posto. In compenso i Verdi di sinistra dell’Ödp hanno visto eleggere il proprio sindaco in un capoluogo distrettuale mentre in un altro è riuscito il Tkp marxista ortodosso – entrambi isolati. Ormai in quella zona il Bdp è diventato la forza politica più potente.

«A Dersim c’è un conflitto tra quelli che considerano lo zazaki come parte della lingua curda e quindi gli zaza come curdi, e quelli che vedono gli zaza come un’etnia più o meno autonoma e danno un forte rilievo alla cultura alevita», dice Çobanoğlu. «I simpatizzanti del Bdp rimproverano agli elettori del Chp di essere affetti dalla sindrome di Stoccolma e quindi di fraternizzare col nemico. I rappresentanti del Chp a loro volta accusano il Pkk di seguire una politica di assimilazione. Molti dicono: se oggi venisse fondato un Kurdistan indipendente, ci chiamerebbero curdi delle montagne, così come prima in Turchia si è fatto dei curdi i turchi delle montagne». La politica di assimilazione si mostra anche nei gruppi di sinistra. «Tutti quelli che si fossero avvicinati al Pkk, vi avrebbero incorporato la loro influenza».

Questa spaccatura politica viene alla luce durante le proteste di Gezi. Per quanto Dersim sia l’unica città curda in cui proteste e scontri sono stati imponenti, i sostenitori del Bdp si sono astenuti anche qui. Per strada c’erano giovani non appartenenti a gruppi politici così come simpatizzanti dei gruppi di sinistra e del Chp, il cui parlamentare Kılıçdaroğlu è originario di quella regione. Un paio di mesi dopo si verificarono nuovi disordini, quando delle persone protestarono davanti ad alcuni locali. I manifestanti pensavano che fossero luoghi in cui si esercitava la prostituzione e parlavano, come a Gazi, di “degrado”.

Çobanoğlu ha la sua spiegazione personale: «Penso dipenda dal Bdp. Il Bdp è un partito conservatore nelle zone curde. Per loro l’intero stile di vita di Dersim è sospetto. Ma camuffano questo con una retorica femminista e quelli di sinistra se la bevono. Sarebbe un peccato se l’islamizzazione attaccasse Dersim».

La particolarità della città emerge già dai suoi monumenti: il monumento a Seyit Riza, con il quale l’amministrazione comunale nel 2010 ha causato una controversia in tutto il paese, il monumento a Sevuşen, un senzatetto schizofrenico, che qui è considerato un santo, e il Monumento ai diritti umani in piazza Cumhuriyet, dove nel 1996 la combattente del Pkk Zeynep Kımacı si è fatta saltare in aria durante una cerimonia militare uccidendo otto reclute che stavano facendo il servizio militare obbligatorio – il primo attentato suicida della storia turca.

Il carattere particolare si palesa anche nella libreria Baran, dove non si trovano solo manuali e i bestseller di Elif Şafak e Ahmet Ümit tra le pubblicazioni esposte in vetrina, ma anche un volume della Scuola di Francoforte – anche se la giovane libraia dice che mai nessuno lo ha preso in mano. Yavuz Çobanoğlu vorrebbe che Dersim mantenesse queste unicità. Ma una cosa desidera in particolare: «Un bar dove si suoni musica rock e non sempre solo l’halay».

La trentatreenne insegnante di geologia Songül non ha alcun problema a danzare l’halay. In questo sabato sera ci si incontra in un ristorante del centro con un bel panorama sul fiume, ma dall’architettura amorfa. C’è la festa di una scuola di ballo, ci sono alcolici, dopo cena si balla: l’halay, ma anche l’horon, una danza proveniente dal mar Nero, e in più il tango, la salsa, il sirtaki. Forse ci sono un centinaio di persone nella sala spoglia, tutti tra i 25 e i 40 anni. Songül si trova lì con tre colleghe. L’attenzione del tavolo è rivolta alla reginetta non incoronata del ballo, una ragazza quasi trentenne in jeans e top rosso che le lascia scoperta la schiena, che padroneggia i balli più complicati. Pettegolezzi da donne, che più che criticarla la ammirano.

Songül più tardi racconta che le piace vivere a Dersim: «La mia famiglia vive in un villaggio nelle vicinanze, io abito da sola e non ho alcun problema qui. Ma ci sono dei limiti. Io e il mio ragazzo non abbiamo passeggiato neanche una sola volta attraverso la città tenendoci per mano». Ma ancor più le dà fastidio la chiusura mentale provinciale, di cui a un certo punto ci si rende conto.

La più grande eccitazione l’ha provata quando la protesta di Gezi è arrivata a Dersim. «C’era un tale fermento», dice Songül. Ha manifestato, partecipato ai concerti serali di protesta ed era presente quando venne dipinta una scala nei dintorni del Munzur. «Ma così all’improvviso com’è arrivato, è sparito tutto di nuovo. Come geologa mi dico: Gezi è forse come un fiume carsico. Spunta scrosciante, poi sparisce di nuovo sottoterra, per poi sgorgare da un’altra parte».

Frags da Ogni luogo è Taksim. Da Gezi Park al controgolpe di Erdoğan, di Deniz Yücel e Murat Cinar, con una prefazione di Alberto Negri, Torino, Rosenberg & Sellier, 2018

Ogni luogo è Taksim. Da Gezi Park al controgolpe di Erdoğan

Ogni luogo è Taksim. Da Gezi Park al controgolpe di Erdoğan

– di Deniz Yücel e Murat Cinar, con una prefazione di Alberto Negri.

Riflessioni geopolitiche di Alberto Negri, che si allargano dalla figura del nuovo sultano della Turchia attuale alla situazione dell’intero scacchiere mediorientale, introducono il racconto di Deniz Yücel in cui si narrano le differenti anime del Movimento Gezi, le sue diverse componenti politiche, i volti e le storie delle persone che hanno in qualche modo partecipato alla rivolta e che ora assistono alla trasformazione della Turchia di Erdoğan in un regime sempre più autoritario e repressivo.
Chiude il volume una sezione a cura di Murat Cinar: un’analisi che ripercorre i fatti principali dalla rivolta popolare più grande della storia della Repubblica di Turchia, esaminando i risvolti politico-economici in un paese piagato dalla manipolazione dell’informazione, dalla censura e dalla propaganda. Una ricostruzione dei meccanismi degli interessi legati agli appalti edili truccati e alla gentrificazione di alcune aree della città, e del sostegno delle comunità religiose al regime, per giungere fino al tentativo di colpo di stato del 2016.

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