n. 12 – Baltico: ordigni umani sparati sul confine bielo-lituano

Fabiana Triburgo

La rotta baltica è diventata un modello esemplare dei destini di chi è costretto a fuggire dalla sua terra e di come la loro sorte sia strumentalizzata dai governi in funzione geopolitica. Giunti a questo punto del percorso, avendo analizzato i motivi delle popolazioni che hanno dovuto lasciare le loro case, OGzero ha chiesto a Fabiana Triburgo di cominciare la disamina delle caratteristiche delle piste seguite per raggiungere l’Occidente proprio con questa rotta, quella più settentrionale. Si tratta di iniziare la nuova sezione dedicata alle migrazioni del terzo millennio in un modo geograficamente anodino, ma la scelta trova una motivazione squisitamente geopolitica, che rievoca l’approccio turco e ribadisce il fatto che la chiusura europea alimenta le peggiori democrature, che sfruttano timori indotti dai sovranisti di ogni nazionalità.

Infatti Lukashenka, il satrapo bielorusso sopravvissuto all’Unione Sovietica e sostenuto da Putin, attrae migranti – in particolare iracheni – da lanciare poi come  battaglioni di disperati all’assalto del confine lituano come ricatto per ottenere la revisione di sanzioni da parte dell’UE (soprattutto dopo la fuga proprio in Polonia dell’atleta olimpionica Krystina Tsimanovskaya). La reazione scomposta dei paesi baltici (che prevedono un muro di metallo alto 4 metri e lungo 508 chilometri!), e in generale dell’Unione europea, è sintomatica della scelta di chiusura inumana di società terrorizzate dal sovranismo imperante: l’accusa è di “hybrid warfare”. I baltici e gli scandinavi pensavano di essere sufficientemente distanti dalle zone interessate dall’esodo, e ora invece devono rivedere la loro politica di chiusura all’interno dell’Unione: ora sono le loro frontiere a essere direttamente attraversate. Non possono più fare finta che non sia un loro problema il disastro prodotto nel Sud del mondo dal sistema di cui fanno parte; l’unica soluzione che sono riusciti a mettere in atto, come riporta “The Guardian”, è il respingimento in Bielorussia di 700 persone a settimana, dichiarando lo stato di emergenza fino al 10 novembre.

E quindi con questo pezzo inauguriamo lo studio degli itinerari intrapresi, delle vessazioni che costellano le rotte, dell’ipocrisia che i migranti affrontano a ogni chilometro coperto, spesso ricoprendolo ulteriori ennesime volte in seguito a respingimenti, deportazioni, abusi, violenze… divise. 


I principali conflitti che attualmente interessano le migrazioni forzate e le prassi di esternalizzazione poste in essere dall’Unione Europea e dai singoli stati membri portano a una predeterminazione delle rotte dei migranti.

Quello che oggi è inevitabile chiedersi è se il nuovo Patto europeo sulla Migrazione e l’Asilo, proposto dalla Commissione UE, possa essere realmente considerato una soluzione della gestione del fenomeno migratorio o se invece vi siano soluzioni legali alternative maggiormente lungimiranti e coraggiose.  


Rotta baltica e migranti da Iraq e dal Sud del mondo

Da pochi mesi la nazionalità irachena risulta quella maggiormente presente tra i migranti che percorrono una nuova rotta, quella baltica che interessa Bielorussia e Lituania e che sta facendo scattare il solito allarme “sicurezza interna” per l’Unione europea e per alcuni dei paesi membri. Bielorussia e Lituania condividono circa 600 chilometri di territorio di un confine facilmente arginabile essendo costituito per lo più da sterpaglie e torrenti.

Fino a due mesi fa la rotta era battuta esclusivamente da bielorussi oppositori di Lukashenka molti dei quali – come la leader Svetlana Tichanovskaya – hanno trovato rifugio proprio in Lituania. Tuttavia, le sanzioni dell’Unione Europea imposte a Minsk a sostegno delle manifestazioni della popolazione bielorussa – durante le quali il presidente Lukashenka è stato accusato di brogli elettorali – hanno esacerbato la vicenda trasformandola in un fenomeno di tensioni geopolitiche sulla questione migratoria che coinvolgono diversi paesi. Sulla rotta Minsk-Vilnius è stato rilevato il passaggio di circa 4000 migranti solo nell’anno 2021 provenienti dall’Iraq prevalentemente ma anche in porzione più esigua dalla Siria, dall’Afghanistan nonché dalla Repubblica democratica del Congo, dalla Guinea e dal Camerun a fronte delle 74 presenze di migranti registrate nell’intero 2020.

Il presidente Lukashenka infatti, mandante lo scorso maggio del dirottamento del volo Ryanair diretto in Lituania con a bordo l’oppositore Roman Protesevich, in risposta alle sanzioni europee ha invitato i migranti – che battono soprattutto le altre due rotte migratorie, quella dell’Egeo e quella Balcanica – a recarsi in Bielorussia specificando che

Minsk «non fermerà nessuno. Non siamo noi la loro destinazione finale: loro vogliono andare nella calda e illuminata Europa».

Soldati dell’esercito lituano depongono concertina al confine con la Bielorussia

Al riguardo occorre rilevare che sono gli stessi agenti bielorussi spesso in borghese a indicare ai migranti i punti di accesso alla frontiera lituana distante 150 chilometri da Minsk. Atto questo senza dubbio provocatorio che tuttavia ha fin da subito determinato nell’Unione Europea la solita fobia dell’invasione con il conseguente dispiegamento («in aiuto di Vilnius») di forze di pattugliamento capeggiate da Frontex, almeno 60 uomini, dotati di attrezzature militari e tecnologiche e finanziamenti sia per la costruzione di un muro di filo spinato lungo l’intera linea di confine tra Bielorussa e Lituania che per la costruzione di centri di detenzione in Lituania, accusando chiaramente la Bielorussia di aver strumentalizzato i migranti ma dimostrando di essere al contempo caduta nella trappola. L’UE è infatti corsa ai ripari: la Commissaria agli Affari interni dell’Unione Ylva Johansson ha subito dichiarato la necessità di barriere fisiche per gli ingressi irregolari dei migranti specificando poi mediante un portavoce di Bruxelles che la Commissione non finanzia direttamente la costruzione di barriere ma soltanto – con la solita narrativa di circostanza – «soluzioni integrate di gestione delle frontiere».

Corridoi aerei malati

Sembra che non si riesca proprio a comprendere che la gestione delle politiche migratorie così concepita è un punto debole dell’Unione talmente palese internazionalmente da divenire uno strumento di ricatto della potenza locale di turno a seconda degli interessi in gioco, vedi al riguardo la Turchia e da ultima la Bielorussa. I voli verso Minsk non partono infatti soltanto da Baghdad ma anche da Istanbul che recentemente ha ricevuto il secondo ingente pagamento da parte dell’UE per la “gestione dei flussi migratori”. In particolare, la rotta Istanbul-Minsk rispetto alla quale prima di luglio registrava voli tre volte a settimana ora ne prevede uno al giorno. Inoltre, la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’alto rappresentante dell’UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Josep Borrell – che di recente si è incontrato con il ministro degli Esteri iracheno Fuad Hussein – nonché altri membri della diplomazia dell’Unione stanno cercando di interrompere i voli delle due principali compagnie aeree che gestiscono le tratte verso Minsk ossia la Fly Baghdad e in particolare l’Iraqi Airways che per ora ha sospeso i voli fino al 15 agosto. Nella vicenda però sono coinvolte anche società di leasing che forniscono aeromobili alla compagnia bielorussa Belavia e che hanno sede nell’UE in Irlanda e in Danimarca rispettivamente con la SMBC Aviation Capital e con la Nordic Aviation Capital.

Solita risposta: respingimenti, detenzioni arbitrarie, rimpatri, botte, assassini e abusi

Infine il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha incontrato il primo ministro iracheno al-Kadhimi: insomma, se i migranti restano bloccati, l’Unione europea invece si “muove” molto sulla rotta Baghdad-Minsk-Vilnius pressata da Germania, Austria e Repubblica Ceca [gli stessi che vorrebbero permanessero i rimpatrii di afgani verso il paese dei loro aguzzini talebani]. Tutto ciò in violazione della normativa sul diritto d’asilo dell’Unione e di quella sui diritti umani dato che, secondo le testimonianze, alcuni migranti – recentemente respinti dalla Lituania – non solo non hanno avuto la possibilità di chiedere asilo, pur avendo fatto ingresso nel territorio dell’UE, e non hanno neanche ricevuto alcuna informativa rispetto ai loro diritti in qualità di richiedenti asilo, ma hanno perfino riportato ferite e segni di violenza che in alcuni casi hanno richiesto il ricovero.

Come se ciò non bastasse infatti si denuncia l’approvazione da parte del parlamento lituano, il 13 luglio scorso, di una nuova legge sulla migrazione e l’asilo in base alla quale è consentito il trattenimento dei migranti anche richiedenti asilo fino a sei mesi nei Centri detentivi lituani nonché l’immediata espulsione dei medesimi, senza possibilità di appello, in caso di rigetto della domanda d’asilo, qualora si abbia l’opportunità che venga effettivamente valutata. Ultima speranza quindi resta il Summit europeo del 18 agosto che la preoccupata Bruxelles ha deciso di dedicare interamente alla questione della rotta baltica durante il quale si auspica si accolgano effettivamente soluzioni alternative a respingimenti e detenzioni con il maggior ricorso al ricollocamento dei migranti entrati in Lituania all’interno dei paesi dell’UE.

Bruxelles sarà ancora così miope da farsi sfuggire anche quest’occasione?