La geopolitica di Sedat Peker. 2: il convitato di pietra al vertice Nato

Murat Cinar

Prosegue la serie di interventi a cura di Murat Cinar sulle videorivelazioni di Sedat Peker: in questo secondo articolo veniamo trasportati dal racconto a spot nelle più disparate aree sullo scacchiere internazionale, scoperchiando affari di ogni tipo che scaturiscono dai dossier in possesso di questo mafioso fino a qualche mese fa al servizio dell’Akp. Questa puntata cerca di dare un’interpretazione della politica estera di Erdogan nel momento del suo primo incontro con Biden e capita in un momento di incertezza sulla sorte di Sedat Peker negli Emirati, perché ha mancato un appuntamento e non si è più palesato con quei tweet – che invece cadenzavano le sue esternazioni con annunci quotidiani; voci lo davano come catturato o dai servizi emiratini, o addirittura vittima di un blitz di quelli turchi. Nella mattinata del 15 giugno il suo addetto stampa ha diramato un comunicato in cui si annuncia che è stato convocato dalle autorità emiratine e anche privato del cellulare, probabilmente si tratta di una sorta di detenzione provvisoria per accertamenti. Dopodiché è rientrato e ha prontamente ripreso a utilizzare Twitter e a preannunciare ai suoi fan rivelazioni da fascicoli e cartelle che sta ricevendo e studiando.  

Nel primo articolo avevamo inquadrato il funambolico autore e interprete di questi appuntamenti su YouTube, il contesto in cui è cresciuto il suo potere, la palude che ha permesso si creasse una rete di collusioni tra organizzazioni mafiose, traffici d’armi e droghe e il sistema di potere, i partiti della destra nazionalista, il clan del presidente della repubblica turca. Il prossimo articolo di questa serie affronterà la maniera in cui il governo centrale ha approfittato dell’occasione per colpire la stampa indipendente e i partiti dell’opposizione. E infine, l’ultima puntata prevista si occuperà della vicenda dei tre giornalisti la cui uccisione avvenne agli inizi della carriera del mafioso al servizio del regime e che trovano spazio nelle videorivelazioni; i video di Peker hanno influenzato l’andamento dei processi per la loro morte.


Politica estera panturchista

La telenovela mafiosa sta facendo discutere ancora la Turchia, anche se Sedat Peker aveva smesso di pubblicare video. Secondo i tweet di Peker, dopo il nono video, sembra che sia stata identificata la location in cui si trovava. Dunque pareva che Peker dovesse mettersi alla ricerca di un nuovo rifugio, dopo l’odissea che lo aveva visto abbandonare il Mediterraneo. Vedremo in occasione delle prossime puntate in che modo riuscirà a sottrarsi alla caccia dei servizi di Ankara.

Intanto ci occupiamo delle componenti internazionali presenti nei videomessaggi registrati e trasmessi dal personaggio di spicco del movimento panturchista: infatti riguardano anche una serie di elementi importanti legati alla politica estera dell’attuale governo in Turchia.

I paesi della fuga di Peker

Balcani

Tra i paesi citati nei video di Peker troviamo prima di tutto alcuni paesi balcanici. Si tratta di una zona in cui Peker si sarebbe recato per trovare rifugio circa due anni fa, dopo aver lasciato la Turchia: Albania, Macedonia, Kosovo, Montenegro, Serbia e Bosnia Erzegovina. Peker quando parla di questi paesi si riferisce a delle zone in cui trova una risposta politica e una collaborazione diretta. Addirittura nel caso macedone e nel caso kosovaro parla dei rapporti diretti che ha avuto con gli alti esponenti dei governi e dei servizi segreti. È ormai palese, evidente e conosciuta la presenza economica, politica, religiosa e anche criminale di Ankara nei Balcani.

Il 24 aprile 2020 veniva ratificato l’accordo militare tra il ministro della Difesa turco Hulusi Akar e quella albanese Olta Xhachka, che si andava ad aggiungere all’impegno nelle infrastrutture del paese delle aquile e nel sostegno della cultura islamica nei Balcani

Maghreb

Sempre seguendo la via di fuga di Peker scopriamo alcuni dettagli legati al Marocco. In questo paese pare che il boss mafioso abbia potuto fermarsi solo per due giorni. Secondo le dichiarazioni di Peker, avrebbe dovuto lasciare il paese nordafricano nell’arco di due giorni perché la pressione da parte di Ankara è stata molto forte. In un suo video Peker parla della vendita di droni armati da parte della Turchia verso il Marocco a prezzo dimezzato. Infatti nel mese di aprile del 2021 Ankara ha venduto 13 droni al Marocco per 70 milioni di dollari statunitensi. Soltanto un anno fa aveva venduto per lo stesso prezzo solamente sette droni al Marocco. Molto probabilmente il paese maghrebino sta utilizzando questi droni, e non solo, nelle sue operazioni militari nel deserto contro il Polisario. Non sappiamo se è stato questo rapporto commerciale a essere un elemento chiave per la fuga di Peker dal Marocco, o meno. Tuttavia una certezza l’abbiamo: il fatto che uno dei generi del presidente della repubblica di Turchia detiene l’esclusiva per la produzione dei droni armati per l’esercito turco, perciò la Turchia è diventata in pochi anni una produttrice massiccia di questi mezzi militari vendendoli in svariati paesi nel mondo. Sottolineiamo che la Turchia sta producendo questi droni con l’ausilio tecnologico di Inghilterra, Germania e Canada.

13 droni Bayraktar TB2 svenduti a Mohammed VI del Marocco

Caucaso

Se si dovesse passare a un altro paese in cui i droni di Ankara hanno fatto vincere una guerra, ovviamente dovremmo parlare dell’Azerbaijan. Nei suoi video Peker si riferisce diverse volte a questo paese confinante con la Turchia. Peker in generale specifica come in Azerbaijan sia molto presente l’imprenditoria turca e stia giocando sporco con l’intento di diventare un vero monopolio economico sul territorio. Mubariz Mansimov, è un nome che Peker cita spesso nei suoi video. L’imprenditore azero presente in Turchia, secondo diversi leaks svelati in questi anni, sembra che sia stato un vero aiuto per la realizzazione dei progetti economici di Erdogan e la sua famiglia. I conti nel paradiso fiscale dell’isola di Man, oppure le diverse aziende petrolifere sono soltanto due elementi di cui si parla da tempo quando si cita il cognome Mansimov. L’imprenditore azero è stato arrestato con l’accusa di appartenere alla comunità di Gülen, accusa avanzata da due suoi ex soci nell’ambito del processo in cui lo stesso imprenditore si lamentava per una truffa pianificata contro di lui con l’intento di sottrargli tutti i suoi beni. In questo contesto subentrano i video del boss mafioso. Secondo Peker, l’ex ministro degli interni, Mehemet Ağar, personaggio molto discutibile degli anni Novanta, si sarebbe appropriato dei beni di Mansimov in modo mafioso e forse anche illegale. Nei suoi video Peker quando parla dell’Azerbaijan rileva una grande ipocrisia nel sostegno di Ankara e secondo lui il racconto dei rapporti tra Ankara e Baku è improntato a una grande bugia di fondo.

Mübariz Mansimov, l’imprenditore azero implicato in affari non del tutto chiari con il clan di Erdoğan

Cipro

Un altro paese citato dal personaggio di spicco della criminalità organizzata è Cipro. L’isola da anni in grande difficoltà politica, divisa in due parti, è anche una scatola nera. Dal traffico delle armi fino al riciclaggio di denaro, dalla tratta di persone fino al traffico di droga le trame riconducono a Cipro da quando la guerra tra Atene e Ankara si è conclusa. Infatti in uno dei suoi video Peker parla dell’uccisione del giornalista turco-cipriota Kutlu Adali, giornalista assassinato nel 1996, e la parte turca della capitale dell’isola Nicosia è diventa uno degli sfondi preferiti dal nostro personaggio. Per quanto riporta nei suoi video Peker, l’assassinio del giornalista sarebbe il risultato di una collaborazione tra l’ex ministro degli interni Ağar e un ex membro dei servizi segreti turchi, Korkut Eken. Peker specifica che in quel periodo è stato contattato da questi due personaggi che gli diedero l’incarico di assassinare il giornalista, e questo compito venne affidato da lui a suo fratello Attila Peker. Infatti in seguito al video in cui si parlava dell’assassinio del giornalista suo fratello è andato a depositare la sua testimonianza presso la procura di Fethiye. Secondo le dichiarazioni del fratello è stato proprio l’ex membro dei servizi segreti Eken a portare Peker sull’isola con l’intento di assassinare il giornalista. Pochi giorni dopo Korkut Eken, chiamato in causa, non ha smentito di conoscere Attila Peker e nemmeno il fatto che siano andati sull’isola. Tuttavia secondo Eken, erano andati sull’isola con l’intento di effettuare indagini sui feriti del Pkk portati nell’isola e successivamente trasferiti in Grecia. Pochi giorni dopo le dichiarazioni del fratello uno dei procuratori di Anadolu ha aperto un’inchiesta per approfondire le informazioni sull’assassinio del giornalista. Tuttavia va sottolineato il fatto che la Turchia sia stata condannata a 95.000 euro di risarcimenti nel 2005 dalla Cedu per non aver aperto un’inchiesta approfondita volta a chiarire l’assassinio del giornalista.

Venezuela

Oltre a queste nazioni, la telenovela mafiosa si occupa anche di un paese sudamericano esportatore di petrolio molto importante. Secondo Peker proprio il figlio dell’ex primo ministro Binali Yıldırım sarebbe arrivato a controllare un traffico di droga che coinvolge una serie di paesi tra cui anche il Venezuela dove, secondo Peker, proprio durante la pandemia il figlio di Yıldırım si è recato andato con l’intento di disegnare e coordinare la nuova rotta. Il viaggio della droga prevede il passaggio dalla Colombia, poi passando in Italia proseguirebbe successivamente in Turchia con l’obiettivo di finire in Siria. Secondo Peker in questo giro sono coinvolti in qualche maniera l’attuale ministro degli interni Süleyman Soylu e l’ex ministro dell’interni Mehemet Ağar. Pochi giorni dopo Yıldırım senior si è presentato davanti alle telecamere e ha smentito tutto dicendo che suo figlio era andato in Venezuela sì, ma per portare degli aiuti necessari nell’ambito della lotta contro la pandemia. Tuttavia finora non è stata dimostrato nessun registro doganale che documenta questa transazione. Anche se successivamente alcuni giornalisti allineati con il governo hanno riferito che gli aiuti in questione erano trasportabili in una valigia, ma le spiegazioni finora rilasciate non hanno soddisfatto l’opinione pubblica.

Il ministro degi Esteri Cavusoglu saluta Maduro a Caracas il 18 agosto 2020

Dal punto di vista geopolitico i video di Peker riaprono un capitolo molto particolare e poco chiaro che riguarda il rapporto tra Venezuela e Turchia. Negli anni precedenti il presidente Nicolás Maduro aveva visitato diverse volte la Turchia e durante le sue visite alcuni giornalisti turchi vociferavano di un eventuale trasferimento di lingotti d’oro dalla banca centrale venezuelana verso la banca centrale turca. Magari non sotto forma di lingotti d’oro ma il commercio dell’oro tra questi due paesi è diventata una notizia importante anche per l’agenzia di notizie internazionali Reuters. In conclusione va ricordato che il primo leader mondiale a congratularsi con Erdoğan per il successo nell’ultima tornata elettorale è stato Maduro.

Siria

Ovviamente il paese citato di più da Peker nei suoi video è quello che costituisce il problema maggiore nel rapporto tra Washington e Ankara. Ovviamente stiamo parlando della Siria. In uno dei suoi video Peker racconta che nel 2014 aveva deciso di trasportare aiuti umanitari con propri tir dalla Turchia verso la Siria; l’iniziativa era diventata un fatto mediatico poiché quel trasferimento è stato spettacolarizzato dal capo mafioso.

Traffici d’armi e aiuti agli jihadisti

Peker è un esponente importante del movimento panturchista e dunque ovviamente aveva deciso di aiutare le brigate armate turcomanne presenti in Siria; le brigate di cui si parla avevano imbracciato le armi per difendere in teoria la loro autonomia e – sempre in teoria – per lottare contro il regime centrale, tuttavia sta di fatto che diverse organizzazioni non governative hanno testimoniato che alcune brigate turcomanne avevano collaborato con le organizzazioni jihadiste e perciò sono state definite terroristiche. Nel suo video Peker specifica che due tir mandati da lui sono stati caricati di armi a sua insaputa dalla compagnia militare di sicurezza privata Sadat. Peker dice che queste erano armi non registrate messe a sua insaputa dentro i suoi tir da questa ditta di contractor. Il capo dell’azienda Sadat, Adnan Tanriverdi, attualmente è il capo consulente del presidente della repubblica turca. Secondo alcuni giornalisti l’azienda Sadat è stata protagonista durante il fallito golpe del 15 luglio 2016. La Sadat dichiara ufficialmente sul proprio sito che addestra diverse forze militari in svariati paesi musulmani con l’intento di creare una forza militare unita e forte. Secondo la leader del terzo partito di opposizione, Meral Aksener, la Sadat ha diversi centri di addestramento illegali sulle coste turche del Mar Nero. Ovviamente in questo va ricordato il fatto che due giornalisti del quotidiano nazionale “Cumhuriyet” abbiano raccontato in modo approfondito di questo traffico di armi dalla Turchia verso la Siria. Proprio nel 2014 questi due tir erano stati fermati dalla gendarmeria turca a due passi dal confine siriano e alla guida dei tir c’erano alcuni agenti dei servizi segreti. La notizia in realtà è stata svelata e trasmessa anche da altri giornali tuttavia a pagare i conti sono stati Can Dündar e il suo collega Erdem Gül. Dopo la diffusione della notizia dapprima il governo con tutti i suoi componenti ha smentito i fatti e successivamente proprio il presidente della repubblica ha ammesso il traffico d’armi, dicendo però che questo era un segreto di stato e non poteva essere assolutamente messo in discussione. In seguito Dündar finì nel mirino del governo e ora è esiliato a Berlino. Dopo tre mesi di carcere e un attentato evitato davanti al palazzo di giustizia a Istanbul, i giornalisti citati sono stati definiti come dei traditori della patria e collaboratori di terroristi.

In merito ai rapporti tra l’Isis anche un parlamentare dell’opposizione Eren Erdem aveva fatto un lungo intervento in aula documentando la sua tesi relativa all’esistenza di una forte negligenza da parte dei servizi segreti e della magistratura in merito alle attività dell’Isis in Turchia. Questo fatto era stato smentito sistematicamente da tutti i componenti del governo. Oltre i video classici di ogni domenica, il nostro personaggio panturchista ha anche diffuso sul suo account Twitter una breve videochiamata realizzata col marito della cugina di Erdoğan il 3 giugno di quest’anno. In questo video Serdar Ekşioğlu ammetteva che nei tir di Peker erano state caricate delle armi a sua insaputa dall’azienda Sadat.

Dissapori tra Washington e Ankara sulla Guerra siriana

Le scelte del governo turco nella guerra siriana sono state questioni di discussione tra Washington e Ankara. L’amministrazione Obama e successivamente quella di Trump non hanno mai accettato le scelte di Ankara in Siria. La stessa cosa vale ovviamente anche per Ankara. In cima alla lista delle cose che hanno creato il conflitto vediamo senz’altro le parti che sostengono questi due paesi sul territorio siriano. Mentre per l’amministrazione statunitense gli alleati erano inquadrati nelle unità di difesa popolari (Sdf); per Ankara invece l’unico alleato sul territorio è stato la formazione armata composta dagli oppositori moderati ossia l’esercito libero siriano (Esl), definito da diverse organizzazioni non governative come un esercito armato jihadista. Questa diversità di posizione e di alleati ha fatto sì che Washington e Ankara si allontanassero di più tra di loro nella Guerra siriana, e dopo un breve periodo di conflitto con Mosca, Ankara si è avvicinata sempre di più al polo composto da Russia, Iran e indirettamente Siria.

In pieno conflitto con la Russia il vice del ministro della Difesa, Anatoly Antonov, aveva dimostrato in diretta a tutto il mondo, nel dicembre 2015, che alcuni tir pieni di petrolio controllati dall’Isis entravano in Turchia e secondo Antonov era la famiglia di Erdoğan a comprare questo petrolio clandestino. Dopo la rappacificazione con Mosca a questo discorso è stata messa la sordina. Ma è rimasto sempre presente come punto dolente tra gli alleati in ambito Nato. Nei suoi video anche Peker parla del traffico dil petrolio clandestino tra Isis e Turchia.

Il conflitto politico in atto tra questi due alleati in merito alla guerra civile in Siria ha fatto sì che soprattutto Ankara si sbottonasse tramite le dichiarazioni del presidente della repubblica, diverse volte in vari comizi pubblici. Ankara non ha esitato a descrivere sia l’amministrazione Obama che quella Trump come due amministrazioni traditrici e sostenitrici di formazioni terroristiche sul territorio siriano. In questa fase di grande allontanamento tra i due alleati l’amministrazione statunitense ha deciso di prendere posizioni come sanzioni economiche oppure militari contro Ankara. A questo punto nasce lo scandalo legato al sistema di protezione aerea S-400 che Ankara decise di comprare da Mosca. La scelta molto radicale e non comune tra gli alleati della Nato giustificata da Ankara dicendo che gli Stati Uniti non vendevano quello che la Turchia desiderava acquistare come protezione aerea. Le diversità politiche e di scelta tra questi due paesi si concentrano anche sulle richieste storiche di Ankara. Mentre la Turchia chiedeva una no-fly zone e una zona cuscinetto nel Nord della Siria l’amministrazione statunitense non è mai stata a favore di questa richiesta. Dunque Ankara col passare del tempo ha giustificato le sue operazioni militari sul territorio siriano senza il suo alleato basandosi su questo conflitto in cui si sente lasciata sola.

Insomma la patata bollente siriana continua essere il punto di maggior contrasto nella relazione tra Washington e Ankara. Le scelte radicali, solitarie e spesso complici con Mosca sono la linea rossa di Ankara. Dunque coloro che criticano le scelte del governo centrale nella guerra siriana, all’interno della Turchia, hanno sempre ricevuto minacce, linciaggio mediatico e politico e anche conseguenze legali.

L’incontro al vertice Nato tra Biden e Erdoğan

Il 14 giugno a Bruxelles nell’ambito dell’incontro G7, Biden e Erdoğan si sono visti e hanno parlato per la prima volta di persona dopo la vittoria elettorale del presidente statunitense. Si sarà discusso di Siria e Azerbaijan e poi anche di Libia. La Casa Bianca sottolinea che la discussione ha compreso anche i comportamenti degli alleati della Nato.

Mentre negli ultimi giorni arrivano nuove dichiarazioni da diversi esponenti del governo, come il ministro degli affari esteri, da tempo la posizione di Washington sul sistema S-400 è rigida. Ovvero Ankara sembra che sia sempre più disposta ad accettare nuove proposte per ricucire il suo rapporto con Washington invece l’amministrazione statunitense non ha nessun intenzione di fare un passo indietro.

Preparazione all’incontro al vertice: due schiaffoni a Erdoğan

In quest’ottica è molto importante la visita effettuata da Wendy Sherman il 29 maggio di quest’anno. La viceministro degli esteri dell’amministrazione statunitense ha incontrato diverse organizzazioni non governative delle donne, ha parlato dei diritti umani limitati e negati in Turchia e all’interno del consolato statunitense a Istanbul si è fatta fotografare con la mascherina sulla quale c’era scritto “Convenzione di Istanbul”. Ha poi incontrato il mondo dell’imprenditoria e dopo questo incontro ha sottolineato che anche quel mondo è preoccupato del fatto che siano limitati e negati i diritti umani in Turchia, e infine ha incontrato il patriarca Bartolomeo della Chiesa ortodossa orientale.

Un’altra visita importante di questi ultimi giorni è stata quella di Linda Thomas Greenfield avvenuta il 4 giugno di quest’anno in Turchia. Anche l’ambasciatrice permanente degli Usa all’Onu nella sua visita ha esternato la preoccupazione dell’amministrazione statunitense in merito ai diritti umani negati in Turchia. Inoltre Greenfield ha sottolineato che la gestione dei rifugiati è un tema molto importante dunque è essenziale riaprire le dogane con la Siria con l’intento di portare in questo paese gli aiuti umanitari necessari.

“La geopolitica di Sedat Peker: camion pieni di… traffici, droni, appalti”.

In un intervento su Radio Blackout Murat riassume le rivelazioni di politica internazionale di Sedat Peker

Già queste anticipazioni lasciavano intendere che Biden intendeva incentrare l’incontro con Erdogan sui diritti umani, sulla posizione di Ankara in Siria e sul futuro del sistema di protezione aerea S-400. Ovviamente molto probabilmente Erdogan avrà chiesto a Biden di sospendere il processo Halkbank. Un processo in cui è coinvolta quella banca statale all’interno di un grande progetto di riciclaggio di denaro, evasione fiscale e di aver ignorato l’embargo emesso nei confronti dell’Iran. Il processo in atto da quasi tre anni ha fatto sì che alcuni imputati dichiarassero apertamente con prove quanto il presidente della repubblica di Turchia fosse coinvolto in questo enorme scandalo. Si è scoperto successivamente come l’amministrazione Trump a seguito della richiesta di Erdoğan abbia fatto tutto il possibile perché questo processo procedesse a rilento.

Tutti e due gli alleati si sentono offesi e traditi, tutti e due posseggono delle carte importanti per ricattare l’altro e non sembra abbiano una determinata intenzione e volontà di fare un passo indietro. Però chi è uscito da una vittoria elettorale è Biden e chi risulta essere storicamente in una posizione molto debole è Erdoğan, dunque il 14 potrebbe essere stato un momento veramente importante e, all’interno di questo quadro molto particolare, le rivelazioni di Peker potrebbe avere inciso notevolmente per una posizione di difesa attendista da parte di Erdoğan. In conclusione va ricordato che sia Ankara che Washington tuttora si trovano come due alleati all’interno della Nato e Peker da un momento all’altro potrebbe essere arrestato.