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Il mare di Astana: il Mediterraneo

Le strategie diventate palesi in questioni mediorientali hanno prodotto proposte per risolvere i conflitti sulla sponda meridionale del Mediterraneo ma anche spartizioni di aree di controllo. Questo Studium tenta di illustrare i diversi ruoli delle potenze regionali coinvolte e gli equilibri toccati a livello globale dagli sviluppi dei frequenti appuntamenti nel quadro del Processo di Astana.

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Avanzamento

Il punto dopo gli accordi sul Nagorno-Karabach

Gli sviluppi della concertazione tra i protagonisti di Astana – ovvero le potenze localmente più attive nel controllo del Mediterraneo orientale e delle sue sponde meridionali; del Medio Oriente, in particolare la Mesopotamia; del Caucaso e dei paesi dell’Asia centrale – dopo il cessate il fuoco in Nagorno Karabach ci hanno convinto che il quadro risulta sufficientemente chiaro da poter cominciare a tirare le somme.

Un trappolone ordito ai danni degli armeni, i russi distribuiscono le spoglie

Nel caso del recente conflitto tra armeni e azeri la raffinata tattica russa ha fatto in modo di immaginare una soluzione che accontentasse tutte le nazioni in gioco senza nemmeno guastare i rapporti con l’unico attore in commedia che ha subito una umiliante sconfitta (confidando forse in un maggiore appoggio da parte russa): gli armeni, puniti per la loro rivoluzione di velluto che stava portandoli pericolosamente a flirtare con quelle democrazie occidentali (Gruppo di Minsk), uscite dal conflitto senza aver ottenuto nemmeno una tregua che durasse più di un paio di ore, durante il conflitto in cui la differenza è stata data dall’uso di tecnologie sofisticate da parte dell’esercito azero (i droni di fabbricazione turca e tecnologia israeliana in particolare). I russi hanno legato a sé ancora di più gli armeni: infatti controlleranno per 5 anni il territorio attraverso il Fsb, compreso il corridoio per unire il Nakhchivan all’Azerbaijan, contestato dall’Iran.

Ascolta “Accordo moscovita pigliatutto” su Spreaker.

L’Iran ha scongiurato eccessivi coinvolgimenti sul confine segnato dal fiume Aras con la persistenza dell’enclave armena che limita la pressione sui confini settentrionali dell’Iran; questo può bastare per salvaguardare gli interessi di Tehran? In fondo il piano che aveva presentato Khamenei aveva come primo punto il ritorno ai confini riconosciuti dall’Onu e questo è il fondamento dell’accordo sancito; inoltre l’intervento russo ha impedito una vittoria completa dell’Azerbaijan e ha posto fine alle dimostrazioni della minoranza azera in Iran che chiedevano agli ayatollah di intervenire a fianco di Baku. Infine la fine delle ostilità porterà via i mercenari sunniti scaricati da Erdoğan al confine anche iraniano.

La Turchia ha invece ottenuto l’accesso diretto a Baku via terra e sono state esaudite molte richieste decennali del nazionalismo interno che produrranno consenso, confermando Erdoğan nella strategia volta a potenziare un’economia di guerra, dispendiosa ma che in prospettiva potrebbe fornire risorse dai territori controllati e costruzione di infrastrutture adesso fuori dai confini.

Ascolta “Erdoğanomics di guerra in Nagorno-Karabach” su Spreaker.

I missili S-400: un rilancio – la prosecuzione – dell’Impero ottomano?

Alcune recenti iniziative della Turchia potrebbero dimostrare che Ankara ormai si muove come una superpotenza in grado di trattare da pari a pari con i due colossi (Usa e Russia) oltre che con le altre entità rilevanti (Iran, Arabia Saudita…). Sarebbe quindi fuori luogo cercare di ridimensionarla specificando “potenza a livello regionale”, visto che qui si parla sia di Medio Oriente che di Mediterraneo e Caucaso.
Un passetto alla volta, la Turchia sembrerebbe intenzionata a integrare – anche ufficialmente – il sistema di difesa S-400 nella sua struttura di difesa contraerea e di combattimento, nonostante il gesto di Ankara assuma quasi l’aspetto di uno sgarro nei confronti di Washington, in lampante contraddizione con il ruolo della Turchia, per il momento ancora alleata degli Usa e membro della Nato.
E dove verrebbero collocate definitivamente tali batterie di missili? Una – molto probabilmente – dovrebbe rimanere nei pressi di Ankara. Le altre a sorvegliare mar Egeo e Mediterraneo orientale. Oppure alle frontiere con la Siria e con l’Armenia e in questo caso, agitare la minaccia dell’impiego operativo dei missili S-400 funzionerebbe come merce di scambio (o, se preferite, ricatto). Non mancano peraltro risvolti della vicenda che suonano come ostentazione di indipendenza da Mosca.

I giochi di Astana sono agli sgoccioli?

Il ritorno di fiamma della guerra in Nagorno-Karabach dimostra con evidenza che i cinque anni di politica di appeasement tra Russia e Turchia stanno volgendo al termine e la partnership rischia di crollare a causa dell’inconciliabilità delle ambizioni geopolitiche (già sintomatiche erano le posizioni prese in relazione alla situazione libica a inizio 2020).

Bisogna capire se il punto di caduta dello scontro nel Nagorno-Karabakh, escludendo la catastrofe di un confronto diretto tra Russia e Turchia, sarà una vittoria completa azera o se, come continuano ad affermare gli esperti di strategia russi, Ilham Aliyev si accontenterà di sedersi al tavolo della trattativa dopo essersi ripreso i corridoi che collegano il Nagorno-Karabakh all’Armenia. In entrambi i casi, Mosca ne uscirà indebolita e dovrà ripensare seriamente ai suoi rapporti con Ankara. A settembre Erdoğan ha annunciato di aver trovato giacimenti di gas nel Mar Nero che dovrebbero garantire entro il 2023 l’autonomia energetica al suo paese. A quel punto allora, i buoni rapporti con Putin, potrebbero per lui essere solo un intralcio.

Massima pressione americana e corridoio multilaterale eurasiatico

Russia e Turchia sembrano voler affinare ulteriori strategie bilaterali, che si aggiungono a quelle orchestrate con gli ayatollah.

Per il terzo protagonista l’interesse essenziale degli accordi tripartiti è l’uscita dall’isolamento e la realizzazione di rapporti e scambi che aggirino le sanzioni. L’Iran è apparentemente più defilato ma è il tassello centrale del mosaico di corridoi commerciali e infrastrutturali, sbocchi sull’oceano Indiano e passaggi di pipeline; non si limita a rinnovare gli accordi ventennali in scadenza con la Russia, o a rinsaldare la partnership con la Turchia in un quadro complesso dato da divisioni di ogni tipo, ma sulla base mesopotamica degli accordi di Astana, nati sul pretesto di dare una soluzione al conflitto siriano, fonda il mantenimento del ruolo regionale e salvaguarda la multilateralità alla base della geopolitica eurasiatica… magari guardando anche ad accordi con la Cina già in atto.

Da zar a raiss: la strategia putiniana in Medio Oriente e nel Mediterraneo

La “guerra ibrida” non è quella creata dai russi ma – nel pensiero putiniano – è quella che l’Occidente ha creato con l’uccisione di Gheddafi,  tramite la propaganda sui media – in un continuo ribaltamento di ruoli tra chi ne è il fautore – sia per l’occupazione della Crimea sia per l’interventismo sull’altra sponda del Mediterraneo.

Da questo deriva la strategia putiniana messa in atto con le potenze regionali per seguire i suoi interessi economici: appoggiare al-Assad in Siria mentre Erdoǧan dà il suo sostegno ad al-Sarraj in Libia, spartendosi territorio su cui far correre infrastrutture (pipeline), trafficare in armi e risorse energetiche.

Da zar a rais. La tentazione di esagerare, quando si affronta il tema della politica mediorientale di Vladimir Putin, è forte. Il perché è ovvio. L’operazione militare in Siria è stata (quasi) un successo, la gestione degli equilibri di forza sul campo con Iran e Turchia un capolavoro di tattica, l’offensiva diplomatica nell’area il tratto del maestro. Se si aggiunge la volontà di disimpegno americana dall’Oriente Medio, ecco spiegato perché oggi si parla di Vladimir d’Arabia: nella mente di Putin è Tripoli, e non Damasco, il vero obiettivo per vincere la ‘regata’ nel Mediterraneo. In quella parte di mondo però il successo non è mai stabile, bensì mobile come le dune dei suoi deserti: nel 1941 l’offensiva coloniale italiana contro la colonia egiziana della Gran Bretagna cominciò l’inizio della fine del nazifascismo, ma avrebbe dovuto saldarsi con le truppe lanciate alla conquista dell’Unione Sovietica per controllare gran parte delle risorse energetiche dell’area, quell’Urss che già nel 1946 richiese l’amministrazione controllata della Tripolitania e dell’Eritrea. Evidentemente già strategiche per la Russia di allora.

L’idillio turco-russo messo alla prova da Libia e Siria

Sin dall’inizio della guerra in Siria, la posizione di Ankara è stata sempre a favore della caduta del regime Ba’th. Nel frattempo le relazioni tra Turchia e Russia, nonostante alcuni periodi difficili, si sono allacciate sempre più. Questo crea stupore dato che in Siria, dal 2014, Putin è apertamente schierato in forze accanto al presidente Assad per salvarlo e sembra che l’appoggio di Mosca abbia cambiato le sorti della guerra a favore di Damasco.

Le cose sono diventate ancora più complicate con l’intervento della Turchia nella guerra libica. Nel 2019, Ankara ha deciso di sostenere economicamente, militarmente e politicamente Fayez al-Sarraj, presidente riconosciuto dall’Onu, contro il generale Haftar, uomo appoggiato da Mosca che vorrebbe ottenere il controllo assoluto del paese. Dunque anche in Libia queste due forze si trovano a portare avanti due strategie diverse con un forte rischio di scontrarsi.

Fuori dai territori libici e siriani la collaborazione turco-russa vive un idillio senza precedenti. La domanda che sorge è semplice: “Com’è possibile un quadro del genere?”. Le risposte sono molteplici e non del tutto definitive. Scelte economiche, strategie di alleanza per mantenere il potere e nascondere la corruzione.

Ascolta “Le guerre ottomane del nuovo millennio” su Spreaker.